Gli esperti sui rischi legati alla "pericolosità sociale"
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"Quando a decidere
erano solo i funzionari"
MAURO SPIGNESI


La legge ha già introdotto il concetto di pericolosità sociale. E si associa, principalmente, a chi ha commesso un reato. È una misura di prevenzione, che scatta quando si stabilisce una pena, o quando (con una serie di garanzie) un individuo ha seri problemi psichiatrici. Ma per chi è solo potenzialmente pericoloso, che si fa? E se non ci sono strutture adatte? "Noi - spiega l’avvocato ed ex procuratore pubblico Paolo Bernasconi - abbiamo già una legge sociopsichiatrica cantonale che funziona. Una nuova norma simile creerebbe un doppione. Un doppione che produrrebbe conflitti di competenze estremamente negativi per le persone da ricoverare. In questi anni non mi pare ci siano stati problemi che  possono legittimare cambiamenti in questo settore disciplinato, ripeto, da una legge collaudata".
Bernasconi non è d’accordo sul provvedimento che potrebbe essere previsto, ma per ora è soltanto un’ipotesi, appunto, nella modifica della legge sulla polizia. "I diritti individuali non vanno limitati. Semmai il problema reale è un altro. Oggi - riconosce Paolo Bernasconi - non ci sono strutture per ospitare chi ad esempio dà in escandescenze e viene bloccato prima che commetta qualcosa di grave. In carcere non può andare perché non ha commesso reati e nella struttura psichiatrica di Mendrisio non ci sono stanze di contenimento attrezzate. Il poliziotto che deve fare, dove lo porta?".
Per Bernasconi, però, l’ipotesi che si sta discutendo porterebbe a uno sgretolamento delle garanzie giudiziarie smantellando il delicato equilibrio fra i poteri esecutivo e giudiziario. "Vogliamo tornare ai tempi dell’arbitrio dei funzionari? Quando - ricorda l’avvocato - poteva essere ordinato l’internamento amministrativo per più anni delle persone solo perché allora definite fannulloni e vagabondi? Ricordo che quando ero studente all’Università di Berna avevo visitato il penitenziario di Bellechasse, dove avevo incontrato parecchi ticinesi che mi dicevano, in dialetto, di essere "amministrativi", ossia persone che si trovavano in carcere semplicemente perché lo aveva deciso un funzionario".
Un aiuto sulla potenziale pericolosità sociale di un individuo può sicuramente arrivare dalla psichiatria. "Mi preoccupa un po’ l’idea di curare preventivamente qualcuno che non ha ancora commesso una violenza o un atto sconsiderato - osserva lo psichiatra Philip Jaffé, docente dell’Università di Ginevra -. Su che base? Quali segnali potrebbero far pensare ad un potenziale pericolo?". Perché, secondo l’esperto, di segnali se ne colgono sempre. "Ma - spiega - li si indentifica e decodifica a posteriori. Poi, non tutte le persone che potrebbero diventare un concreto pericolo, che hanno comportamenti preoccupanti li realizzano davvero. Saperlo prima è impossibile". Per Jaffé, quindi, non si possono ricoverare tutti i potenziali violenti sulla base di segnali. "Se poi parliamo di terapie imposte, a mio avviso serviranno a poco - conclude -. La persona deve essere d’accordo di farsi curare ed essere convinta di voler migliorare le sue condizioni psichiche".  Ha dubbi anche Pierre Vallon, presidente della Società svizzera di psichiatria e psicoterapia. "Così non verrebbe punito il fatto - dice - bensì l’intenzione di compierlo. Basarsi poi su semplici segnali, ipotesi, modelli di comportamento non mi convince".
Infine, per Nicola Ferroni, psichiatra, membro della Conferenza di medici penitenziari svizzeri, "dal profilo psichiatrico il criterio principale è che il soggetto sia già passato all’atto. Ma è anche vero che la minaccia, se reiterata e ripetuta più volte, alla fine è possibile che si concretizzi".
26.11.2017


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