L'operatore d'assalto rimasto invischiato nel crac Aston
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Il genio della finanza
bloccato nella giustizia
LILLO ALAIMO E STEFANO PIANCA


Il maresciallo ordinario Lo Giudice sentita la prima parte della denuncia, spinosa come un fico d’India,  si rigira sulla sedia. Mai avrebbe immaginato che ‘Rivera Roberto, nato a Genova il 25.11.1969 cittadinanza italiana, sesso maschile, identificato mediante carta d’identità’, quel pomeriggio del 21 marzo 2016 gli avrebbe rilasciato un verbale destinato a scuotere,  anche solo silenziosamente, la tranquilla coesistenza di magistratura, politica e finanza della confinante Svizzera. Il maresciallo ordinario Lo Giudice è di stanza nella caserma di Tremezzina, nel Comasco. E Roberto Rivera, comasco e di professione trader, è tra i nomi invischiati in uno degli scandali finanziari più clamorosi capitati in Ticino. Il fallimento della Aston Bank di Lugano. Un buco di una ventina di milioni. Una voragine scoperta dieci anni fa. Decine di parti lese. E a nemmeno un anno dall’aver ricevuto l’autorizzazione federale ad operare come banca.
Questa è la vicenda e lui, Rivera, è il protagonista di un articolo pubblicato una settimana fa sul Corriere della Sera e su cui ora il Caffè aggiunge elementi importanti, ma soprattutto carichi di interrogativi su alcuni meccanismi giudiziari che, come nel caso di Rivera, rischiano di paralizzare persone e soldi per anni. E che in questa storia, come vedremo, hanno fatto "silenziosamente" intervenire anche i vertici politici della Giustizia ticinese. E oggi mettono l’accento su un articolo del codice, il 53, che permette di evitare il procedimento qualora le parti trovino un accordo e, ecco l’altro punto delicato, nell’eventualità che l’interesse pubblico sia di "scarsa importanza". Ma qui sembrerebbe proprio il contrario.
Quel giorno, quel 21 marzo di un anno e nove mesi fa, Rivera entra nella caserma di Tremezzina esasperato da un’inchiesta che in 10 anni non ha provato alcun reato. Nonostante nei mesi scorsi, l’ultima volta il 30 ottobre, la Camera dei reclami penali abbia criticato apertamente, per denegata giustizia, la lentezza della magistratura. O si dimostrano le accuse, lunghe una Quaresima (dal riciclaggio, al concorso in bancarotta, alla falsità in documenti...) o lo si liberi dai legacci di questo procedimento e, come logica conseguenza aggiunge Rivera, si liberi quel conto sequestratomi nove anni fa, il 23 dicembre 2008. Un conto su cui c’erano più o meno 3 milioni di franchi. Oggi sono circa 8, ma questa è un’altra storia di cui raccontiamo nell’articolo qui sotto.
Quel giorno, quel 21 marzo di un anno e nove mesi fa, Rivera entra nella caserma di Tremezzina per dimostrare con quella denuncia dettata al maresciallo che, spiega oggi al Caffè, "tutto il sistema giudiziario ticinese è costruito in modo tale da non permettere una difesa in tempi ragionevoli e soprattutto certa. Nessuna decadenza dei termini delle indagini o vincoli sulle tempistiche decisionali. Procura e Camera dei reclami penali agiscono sostanzialmente sine die".
Ma torniamo al 21 marzo. Quel giorno il maresciallo ordinario Lo Giudice pare non credere alle sue orecchie. Dapprima Rivera racconta di un colloquio con il suo legale ticinese di allora, Marco Bertoli, su una proposta di transazione risolutiva della vicenda con il liquidatore della Aston. Una proposta a suo avviso... impropria (ma questa è un’altra storia come vedremo qui sotto) sebbene caldeggiata, eccessivamente secondo Rivera, anche dal procuratore che ha in mano il suo caso.
Il trader inizia a dettare al maresciallo la seconda parte della denuncia: "Vorrei porre l’attenzione di codesta spettabile autorità giudiziaria su un elemento di valutazione che io reputo interessante". Ed è qui che si apre, o per meglio dire si aprirà nei mesi successivi, un capitolo tutto nuovo, quello della separazione dei poteri fra politica e magistratura. Ecco perché.
A verbale Rivera spiega che, grazie ad un amico, nel giugno 2015 aveva avuto a Bellinzona un colloquio addirittura con Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni. In quell’occasione il trader ricorda che, era il 16 giugno, "alla presenza dell’avvocato Frida Andreotti (ndr, allora collaboratrice del consigliere di Stato, oggi capo della Divisione giustizia), Gobbi diceva che non avrebbe potuto far nulla per aiutarmi e che - sta scritto proprio così sul verbale di denuncia -, pur avendo ragione, avrei dovuto attendere la prescrizione dei reati a me ascritti".
Già a sentire il nome di quel che in Italia sarebbe il ministro della Giustizia, il maresciallo ordinario Lo Giudice sobbalza, teso com’era dall’aver verbalizzato poco prima il contenuto del colloquio fra Rivera e il suo avvocato. Un colloquio che sotto sotto, così lasciava intendere la ricostruzione del trader, avrebbe potuto far pensare ad un "aggiustamento" della causa. Insomma, "accomodamenti" impropri data la natura dei reati al centro del lungo procedimento, è così che oggi al Caffè Rivera definisce e spiega i suoi sospetti e la sua rabbia.
Che quell’incontro del giugno 2015 per il consigliere di Stato Gobbi sia l’inizio di un cammino tortuoso, risulta già dalla verbalizzazione nella caserma di Tremezzina. "Ulteriore elemento che appare rendere la vicenda un po’ torbida - detta il trader al maresciallo - si palesa, sia perché Norman Gobbi mi chiedeva di non divulgare ad alcuno il nostro incontro", sia perché qualche giorno dopo l’avvocato di Rivera (non quello del colloquio di cui si è detto, cioè Marco Bertoli, ma Emanuele Stauffer che gli era da poco subentrato) lo aveva chiamato al telefono. "Lasciandomi alquanto stupefatto - si legge nel verbale di denuncia -, mi chiese come fosse andato quell’incontro, quello che sarebbe dovuto rimanere riservato". Insomma, con l’avvocato Stauffer qualcuno aveva parlato. E chi se non qualcuno da Palazzo!?
Il maresciallo Lo Giudice è certo di trovarsi davanti ad una vicenda più grande di lui. Spinosa più di un fico d’India. E in effetti ‘Rivera Roberto, nato a Genova il 25.11.1969’ a conclusione di verbale detta queste parole: "Temo di essere vittima di un sistema alquanto pericoloso il cui fine è unicamente quello estorsivo, mediante una metodologia basata sulla selezione delle persone e dei relativi patrimoni, sequestro dei conti bancari svizzeri con motivazioni legali. Estorsione mascherata da tangente di compromesso per chiudere la pratica (...). Questo che ho narrato appare un sistema consolidato che in pochi casi è stato smascherato".
Il maresciallo Lo Giudice ha veramente motivo per credere che quel verbale rischia d’essere un terremoto in Svizzera. Tanto più perché in Ticino la Camera dei reclami penali, così come Rivera detta al maresciallo, si era già pronunciata a favore del trader per quanto riguarda le lungaggini del procedimento. Non solo. Rivera spiega a verbale di aver già denunciato l’intera vicenda al Consiglio della magistratura ticinese. Aveva infatti parlato e scritto a tutti il trader comasco. Dalla Procura di Como alla Guardia di finanza, dal Ministero italiano degli affari esteri all’ambasciata italiana a Berna. Ma anche ai poteri politici e giudiziari ticinesi.
Rivera ha scritto all’Ufficio presidenziale del Gran consiglio, al procuratore generale ticinese, al procuratore generale della Confederazione. E a tutti, in un modo o nell’altro, ha spiegato di quei colloqui ma anche delle sue segrete registrazioni, con avvocati e non solo. Ha parlato della proposta di transazione, a suo dire inappropriata e ambigua, portata avanti non solo dai legali ma soprattutto dal procuratore che in Ticino ha in mano il caso, Andrea Gianini… E a tutti Rivera ha detto di possedere le registrazioni di quei colloqui. Ma non ha raccontato, in quelle lettere, di essere stato anche nell’ufficio del titolare della Giustizia, Norman Gobbi. Sì, due volte. Una prima il 16 maggio 2015. Una seconda il 26 aprile di quest’anno (come si racconta nell’articolo a destra).
A tutti, a partire dal maresciallo Lo Giudice ad arrivare oggi al Caffè, il trader ha domandato: "Come può un sistema simile, un sistema giudiziario come quello ticinese, che agisce sostanzialmente sine die, proteggere i diritti individuali e di proprietà? E soprattutto essere attraente per i grandi capitali onestamente conseguiti? Se ne deduce che l’attrattività del Ticino è soprattutto per i capitali illeciti; se ne deduce che potrebbe esistere un pericoloso accordo collusivo-economico con protagonisti il potere giudiziario e le aree grigie del sistema economico".

lalaimo@caffe.ch
spianca@caffe.ch
10.12.2017


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