Dicembre nero per le bancarotte pilotate dalle aziende
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I fallimenti aumentano
per lucro o incapacità
STEFANO PIANCA


Dicembre per molti è il mese della tredicesima, ma per qualcun altro può rappresentare il momento migliore per annunciare fallimento. Il riferimento è ovviamente ai "furbetti" di questa pratica che causa costi elevatissimi allo Stato, ai fornitori che non sono stati pagati e ai dipendenti stessi rimasti senza lavoro.  Lo scorso ottobre il sindacato Unia è uscito allo scoperto per denunciare il boom ticinese di chi fa della bancarotta a tavolino un espediente per lucrare. "Purtroppo ancora troppo poco perseguito dall’autorità - dice al Caffè Vincenzo Cicero di Unia -. Eppure 8 fallimenti su 10 potrebbero fornire materia penale. Ma spesso, ci dicono dalle stesse istituzioni, manca il tempo fisico per approfondire e soprattutto mancano le risorse". Da qui anche la segnalazione attraverso il sito "denunciamoli.ch", una black list online dedicata ai "cattivi" imprenditori. A scopo innanzitutto deterrente.
I dati mostrano che il Ticino è capofila negativo con una media annua di perdite legate ai fallimenti che si aggira sui 252 milioni di franchi e le somme che si volatilizzano sono circa 3,5 volte più alte della media nazionale. Il periodo più caldo dell’anno, da questo punto di vista, è il dodicesimo mese. Per ovvi motivi. È infatti in questo momento, per ragioni stagionali, che molti cantieri giungono a conclusione e le imprese dell’edilizia (il settore nero per questo genere di chiusure programmate e truffaldine) hanno maggiore liquidità. L’impresa chiude "baracca" con la cassa piena, lasciando gli operai senza gli ultimi stipendi.
Spesso infatti l’agonia programmata di un’azienda è costellata da promesse al dipendente: "Questo mese ti posso dare solo mille franchi", rassicura il datore di lavoro. E mille dopo mille s’accumula sulla pelle del salariato una sorta di "tredicesima" al contrario. Soldi che nemmeno la "cassa insolvenza" della disoccupazione può totalmente risarcire. La copertura si limita infatti agli ultimi 4 mesi arretrati (come pure ai quattro tredicesimi della mensilità aggiuntiva). Anche qui il Ticino è primatista svizzero con 6,3 milioni di franchi di indennizzi ai lavoratori di imprese fallite (seguito da Zurigo con 6,2 milioni e Vaud, con 4,7). Un record ancora più negativo se si tiene conto del fatto che il cantone ha un numero di lavoratori decisamente inferiore rispetto al mercato zurighese.
Perché funzioni, il gioco di queste ditte che falliscono e poi riaprono con altri prestanome consiste, spiega il sindacalista, "nel non lasciare scoperti i grossi fornitori, fregando invece i piccoli artigiani e i lavoratori. E, naturalmente, accumulando debiti con lo Stato. Purtroppo il massimo che quest’ultimo fa nei confronti di questi debitori è spiccare un precetto esecutivo". Precetti cui seguono immancabilmente le opposizioni di rito, e così i tempi s’allungano, la ditta ha il tempo di aggiungere nuovi scoperti, fino allo scontata chiusura. La via d’uscita indicata dal sindacato passa invece dal potenziamento degli uffici di esecuzione e fallimenti. Un deterrente che si concretizzerebbe con l’assunzione di esperti in contabilità aziendale e avvocati. Queste le figure che mancano. Perché i "furbetti" vanno tenuti d’occhio.

s.pi.
10.12.2017


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