Gli scenari dopo la scelta di trasferire l'ambasciata Usa
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Quelle vie d'uscita
per Gerusalemme
LUIGI BONANATE


Quello di Gerusalemme, è il problema più complesso e difficile di tutta la storia. In 3.000 anni non ha ancora trovato una soluzione. Dai tempi di re Salomone a oggi i popoli di Israele e di Palestina rivendicano il proprio diritto territoriale e la propria precedenza teologica su questa straordinaria città, oggi attraversata dai venti di violenza dopo che il presidente Donald Trump ha deciso di aprire l’ambasciata Usa scatendo immediate reazioni.
Solo chi vi sia stato lo può capire, come dovette essere per gli autori dell’Antico testamento che, volta a volta, la definirono oggetto del più puro desiderio, ma anche città fedele diventata prostituta (Isaia), sanguinaria (Ezechiele), nonché colmo della gioia (Salmi). Capitale morale delle tre religioni del Libro (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) e passata attraverso un’infinità di mani, non possiamo affidarci alla storia per stabilire di chi essa sia: nei dibattiti inter-religiosi ciascuna parte rivendica la sua primogenitura che risalirebbe sempre più all’indietro di ogni altra. Di questo passo, si capisce, non si è mai giunti a una soluzione, né vi si giungerà mai. Accontentiamoci allora di alcuni, minimi, punti di riferimento: lo stato di Israele nasce nel 1948, e da allora i conflitti tra israeliani e palestinesi sono continui. Nel 1967, la svolta: nella Guerra dei sei giorni Israele "occupa" la parte orientale di Gerusalemme, tradizionalmente palestinese.
Altre guerre e altri scontri porteranno alle trattative di Oslo (1993) che parvero chiudere la questione, ma alla prima intifada (la "guerra delle pietre") del 1987 ne segue una seconda alla fine del 2000. Nulla di troppo strano, quindi, se oggi la questione di Gerusalemme-capitale riesplode: l’ha riaccesa la decisione Usa di trasferirvi appunto la sua ambasciata - improvvida e inutile quanto un’altra mai lo sia stata -  proprio nello stesso momento in cui si stanno avviando difficilissime trattative per la pace in Siria. E dunque: esistono soluzioni? Tre sono le possibilità: che Gerusalemme, tanto desiderata, non sia di nessuno ma di tutti, una città internazionalizzata che nessuno Stato possa dichiarare propria capitale; la seconda richiederebbe una guerra risolutiva al termine della quale il vincitore ne farebbe la sua eterna capitale; la terza (la preferita nel mondo diplomatico internazionale e che nessuna delle due parti in lotta invece predilige) propone la formazione di un nuovo Paese sovrano accanto a Israele e l’assegnazione pro-quota di Gerusalemme ai due Stati. La prima delle ipotesi è la più convincente sul piano ideale e la più improbabile sul piano politico; la terza  l’unica realisticamente perseguibile ancorché impervia; quella intermedia sarebbe la più solida  ma nello stesso tempo la più odiosa e sicuramente instabile.
L’aspetto più stupefacente dell’intera questione è che Israele è praticamente circondata soltanto da Paesi nemici, mentre invece è sostenuta e appoggiata dalla maggior parte della comunità politica internazionale. Ma oggi un tassello ha ceduto: per la prima i membri dell’Unione europea hanno sconfessato la dichiarazione di Trump e chiedono nuove trattative. Potrebbe essere la volta buona. l.b.
10.12.2017


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