Si cercano in Svizzera i soldi dei "dignitari" arabi arrestati
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Una caccia al tesoro
che vale 266 miliardi
FRANCO ZANTONELLI


Non potevano mancare i forzieri delle banche svizzere tra i luoghi in cui le decine di dignitari sauditi, fatti arrestare per corruzione dal principe ereditario Mohammed ben Salmane, avrebbero occultato capitali. Non potevano mancare anche perché, quando il monarca di Ryad si installa per le vacanze estive a Ginevra, seguito da uno stuolo di cortigiani, nelle casse delle boutiques e degli hotel di lusso della città piovono montagne di franchi. Denari provenienti, il più delle volte, da sostanziosi conti che quei sauditi amanti della bella vita hanno aperto presso gli istituti di credito elvetici. Senza dimenticare che la Svizzera è uno dei crocevia mondiali del commercio internazionale di petrolio.
Quando, a fine novembre, il 32enne Mohammed ben Salmane ha messo in gattabuia, si fa per dire, trattandosi delle suites del Ritz Carlton Hotel di Ryad, quasi 200 personaggi d’alto rango del regno saudita sospettati di traffici illeciti, la Svizzera è entrata, di conseguenza, nella lista dei Paesi dove cercare il provento di quei misfatti. Stiamo parlando di 800 miliardi di dollari, un terzo dei quali, dunque oltre 266, stando a quanto ha scritto il Financial Times, potrebbero trovarsi nella Confederazione. "In seguito ai fatti dell’Arabia Saudita stiamo verificando con molta attenzione la situazione anche se, per il momento, la nostra banca non risulta coinvolta", ha precisato Credit Suisse al quotidiano britannico. Nessun commento, per contro, da parte di Ubs. "Per il momento - ha fatto sapere il Ministero Pubblico della Confederazione - non è stato bloccato alcun conto né avviata alcuna azione penale". Risulterebbe comunque che alcune banche, che d’altronde sono obbligate in presenza di operazioni sospette ad allertare le autorità di vigilanza, abbiano segnalato, a scanso di equivoci, quelle potenzialmente legate ad attività ritenute non in regola con le norme di diligenza.
"Va detto - spiega al Caffè il docente di Finanza dell’Usi Giovanni Barone Adesi - che ci sono zone grigie in Arabia Saudita e in altri emirati del Golfo, per cui per concludere affari occorre sempre avere un socio che sia molto legato al Governo". E questo che problemi comporta? "Beh, teniamo presente che le banche svizzere hanno una regola speciale, denominata Pep, acronimo di Politically Persons Exposed, applicata in genere a membri dei governi. Però non funziona con i parenti, tipo un cugino di terzo grado". In sostanza si possono aggirare le regole, evitando di farsi congelare il patrimonio, utilizzando una sorta di "testa di legno" familiare. Qualcuno, per intenderci che appartiene al proprio clan. Ad esempio il clan Sudaïri, quello attualmente al potere, possiede una lussuosa dimora a Cologny. Una proprietà suddivisa tra i 13 membri del clan. Vai a capire, in caso di problemi con la legge anti-riciclaggio, quale di loro possa essere oggetto di un eventuale blocco cautelativo dei beni. Del clan in questione, ad esempio, fa parte una principessa, Maha Al-Suhari, affetta da sindrome da acquisto compulsivo. Per 10 anni a Parigi ha fatto man bassa di goielli, vestiti, scarpe e borsette dei marchi più prestigiosi, muovendosi con un codazzo di guardie del corpo. La sua storia si è conclusa malamente, con un precetto esecutivo milionario, a causa di affitti non pagati.
Tornando al rapporto tra i sauditi e la Svizzera, da qualche anno si è un tantino guastato. Guardacaso dopo che Berna ha alzato la soglia d’attenzione nei confronti dei reati che implicano frode fiscale o riciclaggio. "Londra e Singapore sanno come coccolarli, meglio della Svizzera", il commento di un banchiere ginevrino.
17.12.2017


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