Confronto fra il ministro Vitta e il direttore di Aiti Modenini
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Soglie di disoccupati
tra dubbi e certezze
MAURO SPIGNESI


Dal primo luglio l’allarme scatterà quando il tasso di disoccupazione su scala nazionale nei gruppi professionali, settori di attività o regioni economiche, sarà superiore o uguale all’8%. Dal 2020, invece, il semaforo rosso si accenderà quando il tasso dei senza lavoro toccherà o salirà oltre il 5%. Sono i due scalini decisi dal Consiglio federale nell’ambito dell’applicazione dell’iniziativa "contro l’immigrazione di massa" approvata dal popolo. Quando tra un anno e poi tra tre anni dovesse essere superato il livello stabilito da Berna, per le aziende sarà obbligatorio annunciare gli impieghi vacanti agli Uffici regionali di collocamento (Urc). Meglio questo sistema, graduale, frutto di un compromesso, o meglio partire subito con una limitazione più netta e dunque con la formula del 5%?
Il Ticino con Giura e Neuchâtel, in fase di consultazione, si era schierato per questa seconda ipotesi. "Una scelta figlia non solo della particolare sensibilità rispetto al tema del mercato del lavoro", scrive, in questo confronto a due voci sul Caffè, il ministro  delle Finanze Christian Vitta, ma dettata anche dal fatto che il Cantone si è mosso con anticipo per coinvolgere le aziende in questo nuovo sistema di reclutamento della mano d’opera.
Il problema, tuttavia, è che l’economia corre, va veloce e non sempre questi freni, come le misure conseguenza dell’iniziativa "contro l’immigrazione di massa", agevolano una dinamicità che in questi anni è stata preziosa per creare nuovi posti di lavoro e aumentare il business. Un rilievo, questo, che sin dalle prime discussioni su misure protezionistiche del mondo del lavoro elvetico, erano state sollevate dalle organizzazioni degli imprenditori. E scetticismo sugli effetti della misura viene espresso anche da Stefano Modenini, direttore degli industriali ticinesi che parla di "un elefante burocratico che partorirà un topolino in termini di maggiore occupazione". Questo per le industrie. Mentre tra i fautori di un’applicazione diretta della soglia del 5% vanno citati invece i sindacati. La cui intenzione era di "invitare" sin da subito i datori di lavoro a riassorbire i disoccupati invece di ricorrere a manodopera, seppure provvisoria, estera. La soglia iniziale, dunque, divide a più livelli.

m.sp.
17.12.2017


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