Ecco come gli esperti propongono di stimolare la natalità
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"Si vorrebbero più figli
ma manca il sostegno"
MASSIMO SCHIRA


La sfida demografica non è certo una prerogativa della Svizzera. Un po’ in tutta Europa gli Stati si interrogano su come trovare il modo per spingere le famiglie ad avere più figli così da avere un corretto ricambio generazionale e un migliore rapporto giovani-anziani a sostegno del sistema pensionistico e del "welfare". In Svizzera (vedi articolo principale) anche la spinta derivata dalle famiglie immigrate sta un po’ ristagnando e quindi le politiche familiari tornano al centro dell’agenda istituzionale. "Paesi come quelli scandinavi o la Francia sono riusciti negli ultimi anni a stimolare un’inversione di tendenza - osserva Giuliano Bonoli, docente di politiche sociali presso l’Istituto superiore di studi in amministrazione pubblica (Idheap) dell’Università di Losanna -. Ma per farlo non hanno puntato su misure specifiche, bensì su un cambiamento di mentalità. Un cambiamento sociale del modo di intendere la famiglia. Partendo dal mercato del lavoro. Perché anche in Svizzera la voglia di fare figli c’è, lo dimostrano numerose ricerche. Il problema sono le condizioni quadro, che frenano questo stimolo, che è comunque soprattutto femminile".
Per Bonoli, la ricetta ideale è composta da due elementi fondamentali: politiche pubbliche favorevoli alle famiglie e mondo del lavoro più sensibile alle esigenze di chi vuole crescere dei figli. "Rispetto agli anni Sessanta e Settanta, dove in media una famiglia svizzera aveva ancora 2,5 figli (oggi sono 1,5), il ruolo della donna nella società e nella professione è cambiato - nota Bonoli -. Oggi sono più formate, lavorano di più, hanno più compiti. Quindi conciliare lavoro e famiglia è più difficile rispetto al passato. Servono stimoli affinché anche i padri siano maggiormente coinvolti nella custodia dei figli. Si sta facendo, è vero, ma serve ancora maggiore flessibilità, più asili nido, più condizioni favorevoli per approfittare di un piccolo rilancio della natalità che, in realtà, c’è. Puntare a 1,7, 1,8 o 1,9 figli per famiglia è possibile. Ma servono anche politiche familiari che vadano oltre l’assegno per il primo figlio o il congedo paternità. Questa è solo la base".
D’altra parte, si osserva un certo indebolimento della componente straniera nella società svizzera. Quella che, per diversi anni, ha sostenuto in modo concreto la natalità. "Bisogna capire che lo straniero in Svizzera oggi è molto diverso anche solo da quello di 15 anni fa - spiega il sociologo Luca Bertossa, responsabile scientifico delle inchieste federali tra i giovani ‘Chx’ -. Oggi molti stranieri sono tedeschi e quindi non arrivano da un contesto sociale radicalmente diverso da quello elvetico. Quello dello straniero è dunque un concetto da precisare. Non a caso, nelle inchieste sulla gioventù Chx emerge che non ci sono sostanziali differenze nel modo di intendere la società tra svizzeri ‘puri e duri’ e giovani con origini straniere, che solitamente sono circa il 20% del totale". A livello macroscopico, aggiunge infatti Bertossa, alla domanda "che genere di famiglia intendereste costruire?", i giovani in Svizzera rispondono più o meno allo stesso modo, indipendentemente dalla provenienza e dal passaporto.
Dal profilo sociologico, comunque, questa poca differenza è anche "letta" come una conferma di integrazione che funziona. "Il fatto che gli stranieri si adattino al ‘modo’ di fare famiglia del Paese che li ospita è un segnale chiaro d’integrazione", conclude Luca Bertossa.

m.s
17.12.2017


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