L'appello di Amnesty dopo l'impennata di espulsioni
"Tutelare i deboli
le famiglie e i bambini"
MAURO SPIGNESI


Le espulsioni o la revoca dei permessi di soggiorno riguardano anche persone deboli, particolarmente vulnerabili. Come le donne sole, o i bambini. I legali, che si sono occupati di queste vicende, ad esempio, segnalano procedure contro donne che sono state sposate con un cittadino svizzero e che poi nel caso di separazione o divorzio finiscono in assistenza perché non hanno mai lavorato o hanno perso, per motivi diversi, un lavoro. I figli, che spesso hanno il passaporto svizzero, in alcuni casi vengono affidati a parenti dell’ex marito oppure finiscono in un istituto. Ma capita anche a un marito di una donna svizzera di essere espulso. Come è avvenuto con un portoghese che  tre anni fa, quando aveva 39 anni, aveva chiesto di poter restare per seguire il figlio. Gli era stato risposto che poteva sentirlo anche "via Skipe".
"Noi ci siamo sempre battuti per ribadire il rispetto dei trattati internazionali sottoscritti anche dalla Svizzera, in particolare per il diritto e la difesa delle famiglie e dei minorenni", spiega Chiara Guerzoni, esperta di diritti umani per Amnesty Internation in Ticino. Proprio l’associazione, insieme ad altre organizzazioni umanitarie, nella primavera scorsa ha lanciato una campagna per ricordare "alla Svizzera in suoi obblighi in materia di protezione dei bambini rifugiati e delle loro famiglie". E a trattare dunque le domande d’asilo con "compassione". Un concetto che per Amnesty va esteso per tutti gli stranieri.
"Bisogna vedere caso per caso - aggiunge Guerzoni - ma una maggiore attenzione verso i soggetti deboli è un principio che è stato richiamato più volte anche dal Consiglio d’Europa di cui fa parte anche la Svizzera, e che promuove i diritti dell’uomo, la democrazia e lo Stato di diritto. Non si tratta di violare leggi interne del nostro Paese ma di rispettare gli accordi internazionali. Anche perché spesso si rischia di mandar via delle persone che devono tornare in Paesi dove davvero rischiano la pelle e dove non c’è democrazia".
Negli ultimi tempi Amnesty International, ma anche altre organizzazioni umanitarie, hanno insistito sui criteri d’applicazione del regolamento di Dublino, che prevede di richiedere l’asilo nel Paese in cui si è arrivati. Se questo è l’Italia, o la Grecia piuttosto che altri nel Mediterraneo dove giungono i profughi, è facile che se la loro fuga finisce in Svizzera vengano rimandati indietro. Solo nel 2016 sono state rinviate 3.750 persone. Amnesty chiede di considerare la vulnerabilità delle persone nell’applicazione di questo accordo internazionale. "Per motivi umanitari - dice in un documento - e di compassione e per permettere il ricongiungimento familiare". Per questo la Svizzera può fare ricorso alla clausola discrezionale prevista dall’articolo 17 del regolamento di entrata in materia delle richieste d’asilo. Quello di amnesty è un appello, "innanzitutto al buon senso".
Ma è proprio il buonsenso che dovrebbe permettere di valutare appunto caso per caso. Non solo a Berna ma anche a Bellinzona. Una volta presa la decisione da parte della Segreteria della migrazione, questa viene notificata al Cantone di residenza dello straniero che deve rendere operativo il provvedimento. "Spesso - spiega l’avvocato Immacolata Rezzonico - gli allontanamenti arrivano quando i richiedenti l’asilo sono qui da anni, hanno figli a scuola o che fanno l’apprendistato, stanno seguendo corsi di lingue o hanno un lavoro. Si fotografa, insomma, una situazione passata non il presente".
14.01.2018


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