I retroscena di una vicenda dalla Svizzera allo Sri Lanka
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Il "bancomat delle tigri"
da 15 milioni di franchi
FEDERICO FRANCHINI


Quasi 15 milioni di franchi prestati da una banca, secondo l’accusa, sono giunti nelle mani dei ribelli srilankesi. L’istituto si considera vittima. Ma nel processo in corso a Bellinzona c’è chi punta il dito contro le lacune nei suoi controlli. La storia è questa. Ma c’è altro, perché quei soldi sarebbero andati a finanziare la guerra civile in Sri Lanka. Per questo motivo dall’8 gennaio 13 uomini sono finiti  sul banco degli imputati al Tribunale penale federale di Bellinzona. Nel dettaglio, sono accusati di organizzazione criminale, truffa, falsità in documenti e riciclaggio di denaro. Tra il 2007 e il 2009, per finanziare appunto le operazioni militari delle Tigri Tamil, avrebbero spinto, secondo i magistrati federali, 182 persone a chiedere un prestito a Bank Now, filiale di Credit Suisse specializzata nei piccoli crediti. Un sistema rodato: in totale 15 milioni di franchi sarebbero finiti nelle casse dei ribelli.
Dopo il pienone di pubblico del primo giorno, il processo è andato avanti lontano dai riflettori. A destra dell’aula, dietro ai procuratori, siedono i legali della banca. L’istituto si considera vittima di frode e si è costituito accusatore privato: i crediti sono infatti stati accordati sulla base di falsi certificati di salario rilasciati dal World tamil coordinating council (Wtcc), un’organizzazione che per la procura federale agiva come braccio finanziario delle "tigri".
È possibile che un istituto specializzato si sia fatto ingannare in questo modo, si chiedono i magistrati? Di fronte a decine di attestati forniti dal Wtcc, perché non è scattato un campanello d’allarme? "Se un datore di lavoro invia più di cento certificati di salario a una banca per ottenere dei crediti, ciò deve sollevare delle domande", ha affermato nel 2013 un ex direttore di fronte alla procura. Nel documento, di cui il Caffè dispone copia, il dirigente ha parlato di "rischi evidenti". Rischi e controlli evidenziati anche quando il denaro veniva restituito e prelevato agli sportelli di Credit Suisse. Denaro contante che in 22 casi è stato ritirato per un ammontare di 100mila franchi: stando a una tabella (in nostro possesso), per 18 dei prelevamenti di questa somma (così come per altri importi minori) non vi sarebbe stata alcuna verifica del cliente.
Nel 2010, come si legge in un altro documento, la banca è stata informata dalla procura federale che il Wtcc raccoglieva crediti "con lo scopo di condurre azioni terroriste e non umanitarie" e li rimborsava "attraverso delle infrazioni. Ma la banca non ha richiamato i prestiti. Anzi, ha continuato a concederli. Nel luglio 2013,  vengono concessi 23’000 franchi ad un certo A.F. malgrado il fatto che Bank Now fosse stata avvisata dal Ministero pubblico della Confederazione che l’uomo era sotto inchiesta per sospetto sostegno ad un’organizzazione criminale. A.F era un cliente a rischio: la procura aveva infatti richiesto all’istituto la documentazione relativa ai suoi crediti.
La maniera con cui i giudici valuteranno queste presunte lacune sarà decisiva per l’esito del processo. Se fosse provata una mancanza di diligenza, l’accusa di truffa nei confronti degli imputati potrebbe cadere. Per la banca l’unico responsabile di questo disfunzionamento è l’ex responsabile della filiale di Bienne che siede sul banco degli imputati. L’uomo, tuttavia, si considera un capro espiatorio e nella sua audizione ha affermato che l’istituto sapeva dei falsi certificati. Ai giudici valutare.
L’operato della banca è sotto la lente anche al di fuori del tribunale. L’istituto è infatti stato denunciato alla Autorità di vigilanza sui mercati finaziari (Finma) da alcuni avvocati degli imputati. Un’altra denuncia è giunta sui tavoli del Dipartimento federale delle finanze, competente per le violazioni della legge sul riciclaggio. La banca non intende commentare e ricorda che non è tra gli accusati ma partecipa al processo in qualità, come detto, di accusatore privato.
04.02.2018


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