Il ministro ppd alla Commisione d'inchiesta sul caso Argo1
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Beltraminelli "smonta"
il Rapporto Bertoli
REDAZIONE CAFFÈ


Un intero classificatore. Lettere e lettere. Documenti e documenti. E una sua analisi. Dettagliata. Di fatto - dicono a mezza bocca i membri della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla vicenda Argo1 e chi con loro ha parlato - un vero e proprio controrapporto. Quasi l’antitesi di quella ventina di pagine che qualche settimana fa il perito incaricato dal governo, l’avvocato Marco Bertoli, ha consegnato provocando una deflagrazione paurosa. Ma ora - sullo scandalo dell’incarico plurimilionario ad Argo1 senza una regolare base legale per la gestione della sicurezza nei centri profughi - il consigliere di Stato Paolo Beltraminelli, titolare del dipartimento a cui compete la gestione dei migranti, ha risposto punto per punto. Era lo scorso martedì quando il ministro ha scomposto e ricomposto, quasi fosse un cubo di Rubik, i fatti sin qui conosciuti.
Beltraminelli ha consegnato ai commissari una dozzina di pagine, così ha ricostruito il Caffè, che danno risposta agli interrogativi ancora aperti. Ma soprattutto ai dubbi, gravi dubbi lasciati di fatto planare dal Rapporto Bertoli. Nonostante - ecco una delle più importanti considerazioni del ministro davanti alla Commissione - la magistratura abbia da tempo escluso la corruzione. Nessuno dei funzionari coinvolti nella vicenda, stando a quanto sino ad oggi emerso, ha avuto dei benefici. E allora perché quell’incarico ad Argo1 e perché per tre anni e rotti nessuno ha allestito ciò che si chiama "risoluzione governativa"? Vale a dire un’ufficializzazione da parte del Consiglio di Stato. Un’ufficializzazione per quei 3,4 milioni incassati da Argo1 dall’estate 2014 al febbraio 2017.
Paolo Beltraminelli ai commissari ha dato risposte dettagliate, ricorda chi quelle risposte ha sentito e letto. E le ha sentite e lette lo scorso martedì, esattamente una settimana dopo aver ascoltato il procuratore generale, John Noseda, e una settimana prima della prevista audizione dell’ex capo della  Divisione azione sociale, Claudio Blotti. Martedì 27 febbraio.
Il ministro Beltraminelli ha sostanziato le sue considerazioni fornendo parecchia documentazione alla Commissione d’inchiesta. Un classificatore zeppo di documenti e soprattutto ricco di una dozzina di pagine, le sue personali considerazioni, dove non ha evitato, anzi, di lanciare pesanti critiche al Rapporto Bertoli. Un rapporto che, non ha mai nascosto il ministro nelle settimane scorse parlando ai suoi colleghi di esecutivo, giudica carico di pregiudizio. Una perizia che non è entrata, stando al ministro, nella profondità dei fatti non avendo considerato tutti i punti di osservazione necessari. Marco Bertoli, sostiene Beltraminelli, si è fatto guidare dalle prime impressioni e dai primi fatti emersi tra la primavera e l’autunno scorsi. Un lavoro parziale e superficiale, insomma, secondo il consigliere di Stato ppd.
Ai commissari Beltraminelli ha ricordato come il rapporto del perito abbia mantenuto la linea dettata sin dall’inizio nonostante le sue richieste di approfondimento, era lo scorso dicembre, e le verifiche già fatte dal procuratore generale. E cioè: accertamenti sui conti bancari di Renato Scheurer. Ovvero, l’ex capo dell’Ufficio del sostegno sociale. Eppure il Rapporto Bertoli, così ha sottolineato davanti ai commissari il direttore del dipartimento della Socialità, parte dal presupposto che i funzionari  non la raccontino giusta. Ma dimentica, questo è quanto Beltraminelli ripete da tempo, che tutte le prestazioni di terzi nel settore dei profughi, in particolare quelle relative alla preparazione e distribuzione dei pasti, sono state retribuite secondo le stesse modalità. Ovvero senza "specifiche risoluzioni governative". E in quei casi addirittura senza un contratto scritto. "Nonostante ciò - ha detto ai commissari - il perito Marco Bertoli persevera. E ipotizza o suggerisce il reato di infedeltà nella gestione pubblica per Scheurer e Blotti".
Il ministro è partito dal 2012 per ricostruire i fatti. È partito dalla scelta della ditta Rainbow, quella precedente ad Argo1. "La scelta di Rainbow, come di tutti gli altri partner, Argo1 compreso, è stata decisa dalla Divisione dell’azione sociale. In totale autonomia. E ci si potrebbe anche chiedere perché mai fu scelta Rainbow. Perché non una ditta più grande. Ad esempio Securitas. Tuttavia è stata scelta Rainbow che operava a Paradiso e a Chiasso. Ha ottenuto mandati diretti per oltre un milione e mezzo di franchi e - riferisce ora chi ha raccolto le confidenze dei  commissari - a sua volta senza la copertura di una risoluzione governativa. L’ultima arrivò a scadenza a metà 2013".
E allora, ha detto Beltraminelli ai commissari, anche alla luce del fatto che i mandati erano attribuiti in forma diretta, "logico sarebbe chiedersi se il compito della gestione della sicurezza dovesse sempre essere attribuito a Rainbow. O se non fosse normale e anche legittimo provare altre ditte". E così infatti fu. La Divisione dell’azione sociale decise di provare con un’altra ditta e sottopose al ministro un contratto a termine con Argo1. "Fu quel documento, solo quel documento - ha ricordato Beltraminelli in Commissione - che io sottoscrissi". Un contratto a termine è stato definito nel corso dell’audizione.
Il ruolo del ministro, così ha detto e ridetto in Commissione, è stato solo di natura politica.  "Non ho affatto influenzato alcuna scelta". Ma non solo. Beltraminelli è andato oltre ed ha spiegato che "è possibile che durante il mandato Rainbow qualcuno gli abbia fatto sapere di essere a disposizione per lavorare col Dipartimento. D’altra parte Rainbow l’ha fatto durante il mandato Argo1". Il lavoro di lobby, ha avuto modo di dire Beltraminelli, è legittimo. "Ma io non ho influenzato né la scelta di Rainbow né di Argo1 né altre delibere su mandato diretto".
La Divisione dell’azione sociale, ha ricostruito ed affermato Beltraminelli lo scorso martedì, ha scelto Argo1 essenzialmente perché costava meno. Voleva affiancare e poi sostituire Rainbow che a quel tempo di fatto aveva l’esclusiva e che aveva già ottenuto mandati diretti, come detto, per oltre un milione e mezzo. La Divisione, aveva ricordato Beltraminelli già lo scorso marzo e lo ha sottolineato ai commissari, ha cercato di risparmiare. 48 franchi erano ritenuti eccessivi rispetto a quanto, per un mandato analogo, Rainbow fatturava alla Croce Rossa, 41.50. Per un incarico analogo, ha ancora detto il ministro. Rainbow aveva accettato di scendere per il Cantone a 43 franchi. Ma non meno. Secondo il ministro, cioè secondo quanto detto ai commissari e riassunto nella dozzina di pagine che ha consegnato, la differenza di prezzo era sostanziale ed è stato questo il motivo determinante della scelta. "Fatico a comprendere - esattamente così avrebbe detto Beltraminelli ai commissari - la tesi formulata nel Rapporto Bertoli, la tesi di una falsa trattativa da parte dei funzionari della Divisione, chiedendo da un lato a Rainbow di scendere da 48 solo a 43, già sapendo di avere una proposta alternativa a franchi 35 e, d’altro lato, a Argo1 di proporre un’offerta di franchi 35 così da poterle assegnare l’incarico".
Argo1, ha ricordato Beltraminelli, ha proposto quel prezzo e lo ha mantenuto per anni, 35 franchi. A questo proposito c’è una lettera di Blotti inviata lo scorso giugno alla Sottocommissione di vigilanza (il primo gruppo parlamentare ad indagare in primavera e in estate sulla vicenda). In questa lettera si legge: "Nel luglio 2014 la Divisione chiese alla Rainbow di beneficiare di una tariffa più interessante dopo essersi interessata delle tariffe applicate nel settore. La tariffa proposta non ha soddisfatto la Divisione (solo nell’ottobre del 2015 la ditta propose una tariffa che si poteva intendere accettabile), la quale prese in considerazione l’offerta di Argo1".

r.c.
25.02.2018


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