Il mistero della valigia a Ginevra nella max tangente Eni
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Il trolley in Svizzera
dell'uomo nigeriano
FEDERICO FRANCHINI


Una piccola valigia grigia. Che per ora rimane chiusa. Ma il cui contenuto potrebbe svelare i segreti di uno dei più grossi casi di corruzione internazionale mai finito a processo. È stata ritrovata per caso dalla procura di Ginevra nell’ambito di una perquisizione. Al suo interno, delle carte Sim, dei passaporti nigeriani, un pc e un hard disk esterno. Il contenuto del materiale informatico, più di 41.000 documenti, è atteso con impazienza dai procuratori di Milano. È qui che il 5 marzo comincerà l’atteso processo per corruzione internazionale che vede imputata le multinazionali Eni e Shell e 13 altre persone, tra cui gli ultimi due Ad del gruppo italiano. L’accusa concerne la presunta mazzetta più grande della storia - 1’092 miliardi di dollari - che sarebbe stata pagata per ottenere una maxi licenza petrolifera in Nigeria, la Opl245. Una vicenda intricata (sintetizzata nel grafico qui a fianco) i cui addentellati elvetici sono numerosi. A partire proprio da quel 1’092 miliardi che il corrotto governo nigeriano ha tentato di trasferire su un conto alla Bsi di Lugano nel maggio del 2011. Un bonifico gigantesco che la banca ha respinto per ragioni di compliance. Ma di questo parleremo prossimamente. Oggi diamo spazio a questa valigia di cui mai si era sentito parlare.
Il trolley in questione appartiene a Emeka Obi, un nigeriano che ha avuto un ruolo importante nella trattativa per la vendita di Opl245. Era lui l’intermediario che avrebbe dovuto mettere d’accordo l’Eni e i pubblici ufficiali nigeriani. Naturalmente in cambio di una percentuale. Alla fine, però, Obi è stato lasciato fuori dall’affare. Nel suo procedimento giudiziario italiano, l’intermediario ha scelto il rito abbreviato. Ma le sue conoscenze potrebbero essere preziose per il processo degli altri. Soprattutto dopo che i pm meneghini hanno saputo dell’esistenza della misteriosa valigia. Era l’aprile 2016. La procura ginevrina ordina una perquisizione presso l’appartamento di un operatore finanziario svizzero per un motivo che nulla ha a che fare con l’inchiesta Eni. Interrogato sulla valigia, il "perquisito" dichiara che Emeka Obi era un suo amico a cui capitava di soggiornare in riva al Lemano e che questi aveva abbandonato il trolley a casa sua senza mai venire a riprenderlo.
Claudio Mascotto, procuratore a Ginevra, sospetta che la misteriosa valigia racchiuda prove dell’attività illecita di Obi proprio nel contesto dell’inchiesta su Eni condotta a Milano. Il magistrato apre così una procedura svizzera per sospetta corruzione e riciclaggio e comunica la sua scoperta ai colleghi italiani.
Da Milano viene messa in moto la macchina dell’assistenza giudiziaria. "Non è pensabile che l’abbandono della valigia sia avvenuto per dimenticanza o per momentanee difficoltà logistiche - scrivono i pm - è altamente probabile invece che sia stato un tentativo di sottrarre documenti elettronici e altre informazioni importanti all’attività di ricerca della prova in campo internazionale che questo ufficio conduce da 2 anni".
Malgrado l’"estrema urgenza" sottolineata dagli inquirenti, il trasferimento è però bloccato. Obi ha infatti fatto sigillare il contenuto e la decisione inerente allo sblocco di questi sigilli è ancora pendente presso un tribunale ginevrino. Il processo di Milano inizierà senza che sia stata fatta luce sul contenuto di questi documenti. Ma la decisione di rinviare a giudizio la società italiana e suoi dirigenti è stata motivata anche dal fatto che nuove prove potrebbero giungere dalla Svizzera. Il riferimento è proprio alla misteriosa valigia di Obi.
25.02.2018


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