I limiti dettati dal Tribunale federale sulle indagini di polizia
Obbligatorio avvertire
la persona "osservata"
MAURO SPIGNESI


Il problema è conciliare una legittima necessità, come quella di poter prevenire rapidamente un delitto o un crimine, e contemporaneamente non andare a intaccare le libertà costituzionali. È attorno a questo rompicapo giuridico che si è pronunciato più volte il Tribunale federale quando i cantoni, così come ora accade per il Ticino, hanno modificato la loro legge di polizia introducendo nuovi strumenti d’indagine senza l’autorizzazione della magistratura. A Zurigo e Ginevra, ad esempio, sono stati presentati ricorsi da partiti della sinistra e da associazioni come quella dei "Giuristi democratici svizzeri". Ginevra, dopo la sentenza, ha rivisto solo l’osservazione preventiva mentre Zurigo ha creato una sufficiente base legale per poter mantenere la norma sull’inchiesta mascherata. Ma in entrambi i casi si è trattato di riscrivere la legge seguendo i paletti messi dai giudici. Uno slalom tra diritti dell’uomo, costituzionali e principi democratici di uno Stato liberale.
In tutti i casi il discorso è ruotato attorno alla limitazione di libertà e alle ingerenze sulla vita privata. Eccezioni che sono ammesse, ha ribadito il Tribunale federale, ma solo nel caso in cui ci sia un interesse pubblico prevalente e venga salvaguardato il principio della proporzionalità. E cioè che gli interventi di polizia siano idonei per raggiungere lo scopo, dunque la prevenzione di un crimine, oltre che necessari nel senso che in quel momento non esiste un altro mezzo per intervenire e comunque, appunto, sempre proporzionati. Di tutto questo ha evidentemente tenuto conto il Consiglio di Stato ticinese nel mettere a punto il messaggio sulla modifica della legge di polizia, cucendo un testo capace di reggere le contestazioni già mosse a Ginevra e Zurigo.
A Ginevra, ad esempio, i giudici si sono espressi sul problema della proporzionalità e della comunicazione alla persona che viene "osservata" dalla polizia. Le norme originarie avevano limiti. Perché non rispettavano "il principio della proporzionalità in senso stretto - scrivono i giudici federali nella loro sentenza - poiché non prevedono la comunicazione a posteriori alla persona osservata (motivi, modalità, durata), né un diritto al ricorso; questo diritto all’informazione a posteriori può non nondimeno subire eccezioni". Il Tribunale federale ha così voluto porre una sorta di limite, di deterrente. Perché se la polizia è costretta sempre, a prescindere, a comunicare l’esito di una indagine alla persona interessata e se gli accertamenti non hanno portato nulla, l’interessato può eventualmente chiedere d’essere risarcito se ritiene che l’ingerenza nella sua vita privata non sia stata proporzionale allo scopo.
I giudici hanno inoltre voluto ribadire il tempo limite per una indagine di polizia. "Come – scrivono - per l’osservazione preventiva, nell’ambito di ricerche preventive segrete, che durano più di un mese, è necessaria un’approvazione del pubblico ministero o di un giudice; in caso d’inchiesta mascherata, l’autorizzazione di un giudice è necessaria al momento della messa in atto". Le inchieste mascherate di polizia, peraltro, sono previste anche in altri tre Cantoni: Argovia, Obvaldo e Svitto. In particolare contro reati molto gravi come il traffico di stupefacenti o la pedopornografia.
Tutte le osservazioni sono state tenute in considerazione nel testo ticinese. Ora però si tratta di vedere caso per caso. Perché è vero, come hanno messo nero su bianco i giudici, che l’ingerenza sulla privacy è legittima se c’è uno scopo pubblico prevalente, ma vanno anche soppesati attentamente gli interessi contrapposti, cioè - ancora una volta - la prevenzione dei crimini e la libertà del cittadino che non deve essere violata.

m.sp.
25.02.2018


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