Solo un numero limitato di rifugiati trova un'occupazione
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Per gli asilanti in Ticino
il lavoro è molto poco
CLEMENTE MAZZETTA


Sempre più difficile per un richiedente l’asilo trovare lavoro in Ticino. Anche un’occupazione qualsiasi. I numeri della statistica sono impietosi. Nel 2017 su 342 richiedenti fra i 18 e i 65 anni, uomini e donne in età lavorativa, solo 16 sono stati classificati come "attivi", in possesso cioè di un contratto di lavoro e di un’occupazione stabile in Ticino. Un numero risibile, da non confondersi con i "lavori socialmente utili", attività volontarie organizzate in enti e comuni che l’anno scorso hanno coinvolto circa 250 asilanti, con un’indennità di 3 franchi l’ora. Quelli che lavorano con un regolare contratto sono poca cosa: solo 16. Nel 2016 con una percentuale dell’1,2%, il loro tasso di occupazione era sceso al minimo storico: 6 occupati complessivamente su 492 "potenzialmente attivi".
Mario Amato, giurista di Soccorso operaio svizzero, l’organizzazione umanitaria "no profit" che si occupa anche dell’iter degli stranieri nel processo d’asilo, spiega questa situazione con la difficoltà oggettiva, con la crisi del mercato del lavoro.  "Da un lato non è certo facile trovare un impiego oggi i Ticino - spiega Amato - . Dall’altro i richiedenti l’asilo per lavorare sono soggetti ad un’autorizzazione. La legge sull’asilo prevede che, passati tre mesi dall’inoltro della domanda, un richiedente possa essere autorizzato a lavorare se sono adempiute determinate condizioni".
La verità è che queste persone si collocano  all’ultimo posto in un’ipotetica graduatoria di lavoratori disponibili. Prima arrivano i "lavoratori indigeni", svizzeri o stranieri residenti, poi quelli dimoranti in possesso di un permesso  di lavoro. Poi, se è dimostrato che non ci sono altri lavoratori o frontalieri sul mercato, arrivano i richiedenti l’asilo. Fatto salvo l’osservanza dei salari d’uso per la professione,  ovviamente. "È comprensibile che in un mercato di lavoro come quello ticinese abbastanza saturo, persone con poche qualifiche, con anche difficoltà della lingua, facciano fatica a trovare un impiego - osserva Amato -. Quelli che ce la fanno, sono attivi nella ristorazione o nell’agricoltura".   
Ben altra dinamica avevano fatto sperare i dati di dieci anni fa.  Nel 2009 la percentuale dei richiedenti l’asilo che lavoravano superava il 12%. Addirittura il 13% nel 2010. Poi il calo fino ai numeri minimi odierni. Una situazione analoga con il resto della Svizzera che ha percentuali poco superiori a quelle ticinesi: 4,9% nel 2017 (poco meno di 900 occupati su 18mila attivi). Erano il 10% nel 2009 con circa 1.400 occupati su 14mila stranieri fra i 18 e i 65 anni. I dati dei richiedenti "ammessi provvisoriamente" che lavorano sono ovviamente più consistenti. In Ticino nel 2017 su 900 asilanti, quelli con un’occupazione superavano i 200.   Non si creda però che la questione dell’integrazione sociale e professionale dei rifugiati e dei richiedenti l’asilo sia stata snobbata dal Cantone. I Dipartimenti dell’educazione, cultura e sport (Decs) e della sanità e socialità (Dss) hanno promosso tre progetti pilota per integrare professionalmente alcuni giovani asilanti. Con "Ristor’apprendo" di Sostare, impresa gestita da Sos Ticino, sono stati accolti 12 giovani rifugiati da formare nella  ristorazione. Con "IntegraTi", nella clinica Luganese Moncucco si istruiranno 25 persone sull’arco di quattro anni in varie professioni, da assistente di cura ad addetto alla cucina. Con "Regazzi-Int" è partito il  Ticino un progetto di formazione nel settore industriale.
L’azienda Regazzi di Gordola ha preso l’impegno di preparare professionalmente tre giovani fuggiti con la famiglia da Aleppo che hanno ottenuto lo statuto di rifugiati e l’ammissione provvisoria in Svizzera.

cmazzetta@caffe.ch
04.03.2018


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