Il fallimento della solidarietà dietro il vertice di Bruxelles
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I "falchi" sovranisti
che spaccano l'Europa
FRANCESCO ANFOSSI DA ROMA


Dopo l’ultimo vertice di Bruxelles l’Ue potrebbe diventare l’acronimo di Unione degli egoismi. Nel giorno dell’ennesima strage in mare, con oltre cento vittime, di cui molti bambini, l’Europa si spacca, chiude i suoi confini marittimi e sicuramente segna un passo indietro nella gestione e nell’accoglienza dei migranti, liberando le pulsioni populiste e sovraniste che ormai in molti Paesi hanno preso il potere.
Era inutile farsi illusioni solidaristiche vista la distanza enorme tra gli Stati membri sulla redistribuzione dei richiedenti asilo. Se vincono i falchi xenofobi del cosiddetto "gruppo di Visegrad" (Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia) la grande sconfitta è l’Italia, che avrebbe voluto una revisione del trattato di Dublino ed è invece rimasta al palo. Le conclusioni del vertice prevedono infatti che il ricollocamento di chi ha diritto alla protezione internazionale, come richiesto dal gruppo di Visegrad, avvenga su base volontaria. Non accadeva prima quando era su base vincolante, figuriamoci ora. In pratica è stato trasformata in legge la non volontà di farsi carico dei profughi da parte dei Paesi dell’Europa, in particolare da quelli dell’Est, lasciando i richiedenti asilo nel territorio nazionale di primo approdo.
In prima linea dunque restano le nazioni mediterranee: Italia e Spagna in primo luogo. Un successo invece lo hanno ottenuto Francia, Germania e Austria grazie al blocco dei movimenti secondari, cioè dell’arrivo sul loro territorio di chi è sbarcato a Lampedusa e vuole raggiungere le famiglie, indipendentemente dal loro diritto di protezione internazionale. I ricongiungimenti saranno più difficili.
Il principio di "chi sbarca in Italia sbarca in Europa", caro al premier italiano Giuseppe Conte,  è stato formalmente accolto, con la creazione di centri profughi su base volontaria. Ma anche in questo caso non si capisce quale Paese accoglierà la proposta. La Commissione europea dovrebbe anche individuare in un tempo non specificato Paesi terzi dove aprire centri di identificazione di profughi e migranti. Anche in questo caso non si capisce come sarà possibile. La Libia, dove i profughi sono tenuti in situazioni orrende e dove sono perpetrate torture e violenze, non ha nemmeno firmato la Convenzione internazionale sui diritti dell’uomo. E i Paesi dell’Africa sub sahariana non sono molto diversi.
Ma vi sono altri aspetti inquietanti sul piano umanitario dell’ultimo accordo dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea che si è tenuto a Bruxelles. Il primo è l’affidamento alla guardia costiera libica delle operazioni di salvataggio in mare nonostante l’esplicita condanna del Consiglio di sicurezza dell’Onu di uno dei suoi capi, che in realtà era un boss del traffico di esseri umani. Inoltre, in più occasioni, la guardia costiera libica ha sollevato dubbi sulla sua effettiva volontà di salvare i naufraghi. Vi è poi la demonizzazione e la messa al bando delle Ong, le organizzazioni non governative che effettuano salvataggi in mare dopo la fine della missione Mare Nostrum della Marina militare italiana. Finora si calcola che le varie associazioni abbiano salvato 500 mila naufraghi. Ma oggi, grazie anche a un’inquietante campagna di immagine basata su inchieste giudiziarie rivelatesi poi senza alcun fondamento,  i volontari che operano in mare sono trattati alla stregua di "vice scafisti". È facile prevedere che senza il loro lavoro nel Mediterraneo le stragi aumenteranno. Come quella che ha salutato la fine del vertice europeo.
01.07.2018


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