Gli scenari attesi nel vertice tra Usa e Russia a Helsinki
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Prove di abbracci
contro la Guerra fredda
ALESSANDRA BALDINI DA NEW YORK


Helsinki: prove di abbracci tra superpotenze. Dai tempi della Guerra Fredda la capitale della Finlandia è stata ospite signorile di nazioni nemiche che, anche dopo le strette di mano e le firme sui documenti, hanno continuato a guardarsi in cagnesco.
   Andrà così anche il 16 luglio? Se la storia insegna, il flirt tra Donald Trump e Vladimir Putin può diventare una doccia fredda. Amici-nemici da oltre cento anni: si comincia dopo la rivoluzione di ottobre quando le nazionalizzazioni del governo sovietico minacciarono gli interessi Usa e il presidente Woodrow Wilson inviò truppe e aiuti ai nemici del bolscevismo. Fdr riconobbe l’Urss nel 1933 ma i rapporti peggiorarono con la politica di Stalin culminata nel patto di non aggressione con la Germania di Hitler del 1939.  
E se tutto cambiò con l’aggressione tedesca alla Russia del 1941, nel dopoguerra la spartizione dell’Europa, culminata con l’ingresso di Bonn nella Nato e la firma del Patto di Varsavia del 1955, aprì ufficialmente la Guerra Fredda. Complice il Muro di Berlino e i missili sovietici a Cuba, Kennedy e Krusciov arrivarono a un filo dallo scontro armato.
Il summit più significativo tra Usa e Urss tenuto a Helsinki - tra Gerald Ford e Leonid Brezhnev - portò a un patto per il rispetto dei confini postbellici, ma gli equilibri della strategia della tensione stavano inesorabilmente cambiando. I summit di Ronald Reagan con Mikhail Gorbaciov negli anni Ottanta sembrano, visti oggi, colloqui di resa tra un’America in ascesa e il rivale azzoppato. Nel 1990, sempre a Helsinki, George H. W. Bush e Gorbaciov aprirono la strada al crollo dell’Urss e all’avvento di Boris Yeltsin.
Per Putin, da quasi due decenni al potere, quello del 16 luglio sarà il primo vertice inaugurale con un un quarto diverso presidente Usa. Nel giugno 2000 il nuovo leader russo ospitò Bill Clinton al Cremlino: due giorni di colloqui sul disarmo videro interlocutori gentili ma reservati: un cambio di tono radicale dopo la love story dello stesso Clinton con Yeltsin. "Yeltsin ha portato la Russia alla libertà Putin ha l’opportunità di costruire prosperità e forza salvaguardando libertà e diritti", affermò in pubblico l’americano, per nulla sicuro in privato che le cose sarebbero andate così.
I timori di Clinton erano fondati. Il capo del Cremlino centralizzò il governo, impose la tv di Stato, resuscitò perfino l’inno nazionale di staliniana memoria. Nulla di tutto questo sembro' preoccupare il successore George W. Bush: "L’ho guardato negli occhi e ho visto la sua anima", confidò il nuovo capo della Casa Bianca nel giugno 2001 dopo il primo faccia a faccia col collega russo in Slovenia. Putin aveva fatto breccia raccontando la storia di una croce che gli aveva regalato la madre: unico bene sopravvissuto nell’incendio della sua dacia. Tra guerra in Iraq e giro di vite dei dissidenti a Mosca, il feeling si guastò ben presto e le frizioni culminarono nel 2005 in un tesissimo incontro in Slovacchia. Fast forward a Barack Obama. Trump sembra dimenticarlo ma anche il suo predecessore ci provò, invocando, dopo aver incontrato nel 2009 l’allora primo ministro - Putin aveva temporaneamente ceduto la presidenza all’alleato Dmitry Medvedev - il "reset" col Cremlino.
Anche allora il disgelo durò poco: tornato al timone, Putin ignorò gli sforzi di Obama di riprendere i colloqui sul disarmo e diede asilo a Edward Snowden, allora una minaccia alla sicurezza nazionale. Il resto è storia: tra invasione della Crimea e ingerenze nelle elezioni presidenziali americane. "Fake news" per Trump che a Helsinki si prepara a un nuovo abbraccio.
15.07.2018


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