I rischio dell'economia turca per Usa e Unione europea
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Il populismo di Erdogan
sulla strada per l'Islam
LORETTA NAPOLEONI


La lira turca nelle ultime ore è ulteriormente crollata. Una parabola monetaria che pare inarrestabile e che ha messo in subbuglio i mercati internazionali. Il presidente Erdogan, allarmato, ha invitato i turchi ad acquistare valuta locale mentre scattava la ritorsione di Donald Trump. Gli Usa hanno raddoppiato i dazi sulle importazioni dalla Turchia di acciaio e alluminio. La risposta di Erdogan non si è fatta attendere: "Saremo costretti a iniziare a cercare nuovi amici e alleati", ha scritto sul New York Times.
Ma cosa è ha portato a questa situazione? All’inizio di agosto l’amministrazione Trump ha congelato i conti del ministro della giustizia e di quello degli interni turco. Il motivo? Ankara ha rifiutato di liberare un pastore americano detenuto da quasi due anni nelle prigioni turche. Il missionario Andrew Brunson, cinquantenne originario della Carolina del Nord, è accusato di aver simpatizzato con gli artefici del fantomatico colpo di stato del luglio del 2016. Fantomatico perché ancora oggi, a due anni di distanza, non si riesce bene a capire chi lo ha orchestrato e quale sia stato il ruolo di Recep Tayyip Erdogan, che doveva essere la vittima ed invece è l’indiscusso vincitore. A colpi di decreti di emergenza, infatti, Erdogan ha usato il colpo di stato per epurare l’opposizione e creare un regime de facto dittatoriale, basta dire che il ruolo di presidente e primo ministro sono stati fusi e chi li riveste può governare a vita. Il sistema modellato da Erdogan è islamico e gestito da fedelissimi. Il ministro della salute, per esempio, è il medico della famiglia Erdogan. Così la democrazia turca è andata in frantumi ed è stata sostituita da un regime quasi centro-asiatico.
La creazione di una dittatura a sfondo islamico alle porte d’Europa è avvenuta nella più totale indifferenza dell’Unione europea, degli Stati Uniti, insomma di tutti i membri della Nato, organizzazione di cui anche la Turchia fa parte. Erdogan ha usato la guerra in Siria e la crisi dei rifugiati come leva politica nei confronti di Berlino, Bruxelles e Washington. Minacciando di aprire i cancelli dei centri dove sono rifugiati 4 milioni di profughi siriani e di lasciarli fluire nel vecchio continente, Erdogan ha avuto mano libera in casa propria. Per completare le metamorfosi politiche di un Paese che meno di dieci anni fa era la speranza democratica del mondo musulmano, il nuovo presidente a vita turco vuole sbarazzarsi del suo vecchio guru politico, oggi diventato simbolo dell’opposizione borghese ed illuminata turca, Fethullah Gulen, predicatore ed imam turco che risiede da anni in Pennsylvania. Ankara ha accusato Gulen di aver organizzato il fallito golpe ed ha chiesto a Washington la sua estradizione. Ma Trump non ha accolto la richiesta.
Erdogan ha anche lui intrapreso la strada delle sanzioni, e le ha imposte nei confronti del ministro della giustizia e degli interni americano. Mossa simbolica dal momento che costoro non hanno un conto in lire turche né proprietà in Turchia. Il vero problema di Recep Tayyip Erdogan, comunque, è l’economia letteralmente in caduta libera dal luglio del 2016.
Dal 2008, dall’inizio della crisi del credito mondiale, il debito in dollari e in euro è più che raddoppiato, l’80 per cento del quale è detenuto da banche nazionali. A 50 miliardi di dollari, il disavanzo delle partite correnti - definito come la somma della bilancia commerciale e dei flussi finanziari - non è nemmeno coperto dalle riserve internazionali nette della banca centrale che si aggirano intorno ai 45 miliardi di dollari. Il crollo della lira, che dall’inizio dell’anno ha perso quasi il 30% rispetto al dollaro, ha portato seri squilibri.
L’imposizione delle sanzioni da parte di Trump ha prodotto un ulteriore crollo della lira. Secondo Erdogan la Turchia è vittima di una guerra economica lanciata dal nemico Usa. In risposta il dittatore ha presentato un piano di azione economica per i prossimi 100 giorni che prevede l’emissione alla Turchia di un prestito in renminbi da parte della Cina. Vuole procedere con 400 nuove infrastrutture e altri progetti da 9 miliardi.
12.08.2018


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