La Camera dei ricorsi critica la procura per il 'caso Rivera'
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"E ora ridate subito
quei milioni al trader"
LILLO ALAIMO


Un procedimento penale lungo una Quaresima. Infinito. Quasi dieci anni e non si è nemmeno conclusa la fase istruttoria. Un caso record per il Ticino e, chissà, fors’anche in Svizzera. La vicenda - che in questi ultimi tempi ha anche assunto connotazioni politiche - è nata dal fallimento, un crack di una ventina di milioni si disse, della luganese AstonBank. Dopo dieci anni ora qualcosa si è mosso per un imputato, Roberto Rivera, trader comasco 48enne, che da quel terremoto è stato solo sfiorato ma che da un decennio è... immobilizzato in attesa di giudizio. Niente lavoro e denari sequestrati. Nei giorni scorsi la Camera dei ricorsi penali (Crp) riconoscendo, vivaddio, quel che il Codice definisce "denegata giustizia" - ma non è la prima volta e niente è comunque cambiato in questi ultimi anni - ha deciso che il procuratore Andrea Gianini deve dissequestrare, "senza indugio" sottolinea il presidente della Crp Mauro Mini, parte del denaro sotto sequestro dal dicembre 2008. La somma da ridare a Roberto Rivera ammonta a circa cinque milioni sebbene dieci anni fa la magistratura ne sequestrò circa 3. Tanti ce n’erano allora sul conto. Ma questa è un’altra storia, un’altra particolarità che vedremo in seguito.
Ridare parte del denaro a Rivera, dunque, e procedere, "senza indugio" come detto, alla chiusura dell’istruttoria e soprattutto alla definizione dei reati contestati al trader. Un vero rosario. Ma secondo la Crp quei capi d’accusa devono essere ridotti a due: amministrazione infedele e appropriazione indebita.
Cadono quindi i reati più pesanti ipotizzati inizialmente: dalla truffa al riciclaggio alla bancarotta. Che accadrà ora? Rivera ha vinto una battaglia sebbene il procuratore ora possa impugnare la decisione della Crp. Ha vinto una battaglia ma, come spiega qui sotto il suo legale Marco Broggini, rimetterà mano alle armi per puntare al Tribunale federale per chiedere che il denaro venga tutto, non solo in parte, dissequestrato. Vale a dire anche quei tre milioni che nel 2008 la magistratura trovó sui conti. Tre milioni che in dieci anni sono diventati otto. Com’è possibile?! Semplice: la procura autorizzò Rivera ad investire, ovviamente sotto il suo controllo. E sino a pochi mesi fa quel denaro è maturato, maturato e maturato. Si è triplicato. Altro che moltiplicazione dei pani e dei pesci!
Dice oggi Rivera: "I guadagni sono stati realizzati sotto gli occhi dei magistrati. La dimostrazione che io lavoro legalmente e con la Aston e il suo crack non ho nulla a che fare. Ero dipendente di Lehman dove mi occupavo di cartolarizzazioni. Non ero un gestore né amministratore, né broker che operava col denaro di altri... ero un trader che investiva il proprio denaro in un fondo che a sua volta si appoggiava sulla Aston".
Roberto Rivera, considerato nell’ambiente un genio della finanza, metteva a punto operazioni di "strategia d’investimento", applicando innovative formule matematiche. Le performance certificate dal 2001 in media oltre il 25% annuo con i cosiddetti "arbitraggi sui derivati". Operazioni di acquisto e vendita di "futures". Insomma, alta "ingegneria finanziaria" difficile se non impossibile da comprendere. Tanto che - lo diciamo così, tanto per mettere il dito nella piaga della magistratura - la procura in dieci anni, pur non disgiungendo ancora il suo procedimento da quello sulla AstonBank, non è riuscita a provare alcunchè. Non è riuscita nemmeno a chiudere l’istruttoria. Ci ha provato e ne è nato un piccolo terremoto anche politico.
La procura, con l’accordo del curatore fallimentare della Aston, Luca Guidicelli, aveva proposto a Rivera di "lasciare sul tavolo" alcuni milioni in cambio della chiusura del procedimento. Si parlò di un milione, poi di due sino ad arrivare a quattro. Sarebbe stato un accordo "benedetto" da un articolo del codice penale. Il 53: "Se l’autore ha risarcito il danno... l’autorità̀ competente prescinde dal procedimento penale". E siccome, a detta della procura, parte del denaro sul conto di Rivera è̀ provento di operazioni finanziarie all’origine illecite, parte di quei soldi vanno restituiti per contribuire a chiudere il buco Aston. È questa la convinzione del procuratore e del curatore fallimentare. Ma dello stesso parere, come detto, non è la Crp.
Da quasi dieci anni si sta cercando di provare, invano, delle accuse gravissime. E senza arrivare nemmeno a metà dell’opera. Ecco perché la Camera dei ricorsi ha detto che parte di quel denaro sequestrato, cioè la parte "maturata" dal giorno del sequestro a oggi, deve essere subito restituita. Ma soprattutto ha invitato la procura ad arrivare al più presto ad una soluzione.
Nei mesi scorsi denunce e lettere di Rivera hanno provocato un silenzioso terremoto politico. Il trader in due occasioni, la prima già nel 2015, incontrò il direttore delle Istituzioni, Norman Gobbi. Gli consegnò documenti e registrazioni ambientali. Si disse vittima di un tentativo di estorsione, travestito di legalità con l’articolo 53 del Codice, da parte della procura e del curatore fallimentare. Scrisse alla procura federale, ai parlamentari ticinesi, all’ambasciata italiana in Svizzera. Mosse le acque eccome, tanto che qualche tempo dopo il procuratore Gianini, nel corso di un interrogatorio a Rivera, non fece mistero d’aver ricevuto telefonate da ambienti politici.

l.a.
02.09.2018


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