Le storie degli autisti stranieri che attraversano il Ticino
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I volti dietro ai volanti
dei giganti della strada
ANDREA BERTAGNI E ANDREA STERN


Qui in Svizzera i controlli sono severi, i più severi d’Europa", dice Oleg Kvade, uno dei tanti camionisti che sostano nelle aree di servizio ticinesi. Camionisti che hanno gli occhi stanchi. E le ciabatte, quando smontano dal camion per andare a riempire le borracce di acqua fresca. Ogni giorno macinano chilometri sull’autostrada che da Chiasso si infila sotto le gallerie del San Gottardo e del San Bernardino. Un corteo incessante, dietro cui si nasconde una carellata di volti, di storie di vita, di esperienze.
"E le multe sono salatissime", aggiunge Oleg Kvade, fermo al volante del suo Tir nell’area di sosta di Viglio. Una pausa obbligata, dopo 4 ore e mezza di guida consecutive. Non un secondo di più: poi l’odocronografo suona e obbliga a stare fermi per 45 minuti.  51 anni, russo, Oleg Kvade lavora da oltre un decennio come camionista per una ditta tedesca. Conosce le autostrade svizzere come le sue tasche. "Passo spesso dal San Gottardo, ma anche dal San Bernardino - spiega -. Sono percorsi che mi piacciono, anche se non si può andare veloce come in Germania. C’è un certo ordine sulle strade, è raro vedere conducenti incoscienti. L’unica cosa che temo della Svizzera sono le multe. Sono decisamente troppo care".
E ai controlli non si sfugge. "Qualche settimana fa scendevo dal San Gottardo - racconta Giancarlo Soffiati, 73 anni, camionista da oltre mezzo secolo-. La polizia fermava tutti i Tir. Controllava pastiglie dei freni, luci, gomme, eccetera. Sul mio veicolo era tutto a posto ma mi hanno fatto storie per un bullone leggermente allentato. Mi hanno detto che la prossima volta non mi avrebbero lasciato proseguire il viaggio. So che parlavano sul serio. Registrano i numeri di targa e memorizzano tutte le informazioni di tutti i camion". Ma per valicare le Alpi il pensionato italiano continua a preferire il San Gottardo al Brennero, nonostante quest’ultimo sia più vicino alla sua Verona. "La strada del Brennero è complicata, trafficata - dice -. Inoltre ogni tanto l’Austria impone il numero chiuso e quindi si è costretti a mettere il camion sul treno. Solo che per viaggiare su rotaia bisogna prenotare in anticipo e se si arriva in ritardo si paga lo stesso la corsa. Senza dimenticare che il viaggio richiede più tempo". Meglio la Svizzera, dunque, secondo Soffiati. "Devo anche dire che da quest’anno non posso più passare dall’Austria perché il mio camion è un Euro 3. Hanno introdotto il divieto per motivi di inquinamento atmosferico. Per raggiungere la Germania mi resta quindi solo la Svizzera". Viene tuttavia da chiedersi come mai Soffiati continui a solcare le strade di mezza Europa nonostante abbia già da tempo superato l’età della pensione. "Il camion mi dà un senso di libertà impagabile - risponde -, non potrei farne a meno. Adoro vedere il mondo, incontrare gente".
Sasa Djordjevic sarebbe invece ben contento di non essere in un’area di sosta sull’autostrada A2. Serbo, 44 anni, ammette di aver poca dimestichezza con la guida e di sentire nostalgia di casa. "Ho iniziato a fare questo lavoro due mesi fa, sono i miei primi viaggi e non ero mai venuto in Svizzera prima - dice in un inglese stentato -. All’inizio di quest’anno ho perso il mio impiego in Serbia. Guadagnavo 400 euro al mese. Ne ho trovato un altro, ma mi offrivano solo 200 euro. Allora ho lasciato mia moglie e i miei figli e sono andato in Austria, dove sono stato assunto da una ditta di autotrasporti. Non mi piace questa professione e non mi piace stare lontano da casa, ma almeno ho un ottimo stipendio". Camionista per forza, dunque. "Nel mio Paese si fa la fame - afferma -. Se voglio dare da mangiare alla mia famiglia, non posso fare altrimenti".
Sono storie di vita quelle che si sentono incontrando i camionisti che transitano dal Ticino. Storie sempre più multietniche. Come quella di Aurelio Dos Santos, angolano naturalizzato portoghese alla guida di un camion olandese partito dall’Italia in direzione di Lugano. "Trasporto del materiale per un evento culturale - spiega, in inglese, dall’area di servizio di Coldrerio -. Non ho un tragitto abituale, cambio destinazione ogni volta". Transnazionale è anche la storia di George Marinov, autista bulgaro che vive in Germania ma che si esprime in spagnolo. "Ho lasciato il mio Paese ormai più di dieci anni fa - spiega insieme al figlio che l’accompagna sul camion -. Dapprima sono andato in Spagna, ma le condizioni di lavoro erano pesanti. Un paio d’anni fa sono riuscito a farmi assumere da una ditta tedesca". Da allora, fa avanti e indietro con l’Italia, sempre insieme al figlio che funge da supporto tecnico e morale. "Mi piace la strada del San Gottardo - dice -. Sia in Svizzera che in Germania si viaggia bene, a parte quando c’è traffico. D’estate a volte sembra di vivere un incubo". E il figlio aggiunge: "In Bulgaria non si poteva più vivere, per fortuna che ce ne siamo andati. Non ci tornerò più nemmeno in vacanza". Tornano invece regolarmente in patria Stefan Kaliasz, 53enne ungherese, e Michael Novack, 45enne polacco. Il primo imponente, il secondo più smilzo, lavorano per una ditta ceca ma stanno effettuando un trasporto tra l’Austria e l’Italia. "Ci piace la Svizzera - esclamano con entusiasmo -. Ci fa solo un po’ paura la strada del San Bernardino, con tutte quelle curve e tutti quei viadotti. Non vorrei che finisse come a Genova..."
Non tutti vedono però di buon occhio l’abbattimento delle frontiere nel mondo dei trasporti. "Tutti questi autisti dell’Europa dell’Est stanno rovinando il mercato - sostiene Giacinto Busnelli, 58 anni -. Fanno cabotaggio nonostante sia vietato e guidano come incoscienti. Ho appena sentito uno di loro che si vantava di aver attraversato la Svizzera in tre ore e un quarto. Rispettando i limiti, è impossibile". Busnelli è al volante da ormai quattro decenni. "Amo questo lavoro e per fortuna nella mia ditta abbiamo ancora buone condizioni salariali - spiega -. Siamo tutti svizzeri o italiani. Ma anche per noi lo stress aumenta. Dall’ufficio i giovani ci impongono di raggiungere una determinata destinazione in un determinato tempo. Ma stare davanti a uno schermo e calcolare la durata di un tragitto è una cosa, affrontare il traffico sulla strada è un’altra. Siamo sempre più sotto pressione. Non consiglierei questa professione ai giovani".
Come lui la pensa Blagoje Blagojevic, 60 anni, croato. Si sta rifornendo d’acqua da una fontana, accando al Tir con il quale trasporta bitume tra l’Italia e la Svizzera tedesca. "Non vedo l’ora di andare in pensione - dice -. Faccio questo lavoro da 25 anni, da quando mi sono trasferito in Italia. All’inizio mi piaceva ma i ritmi di lavoro si sono fatti sempre più stressanti". E poi ci sono i controlli. "Sono sempre più severi e tra i vari regolamenti non si capisce più nulla - afferma -. Un mio collega è stato multato in Svizzera perché aveva lasciato il cartello indicante un trasporto pericoloso nonostante viaggiasse a vuoto. Ha dovuto pagare sul posto, altrimenti non lo avrebbero lasciato proseguire la corsa. Poco dopo è stato multato anche in Italia, perché non aveva quel cartello. 400 euro che ha dovuto pagare di tasca propria, perché la ditta non si assume alcuna responsabilità. È un casino". Blagojevic sostiene che la professione di camionista è sempre meno attrattiva. "Tra i miei connazionali sono in pochissimi a voler lavorare sui camion, tra gli italiani pure - osserva -. Ormai il mercato è in mano ai rumeni".
Proprio dalla Romania arriva Gabriel Dobrogeanu, 28 anni. Si dice felice del proprio lavoro. "Sono dipendente di una società italiana che fa trasporti verso l’Olanda - spiega -. Io faccio la tratta fino a poco dopo Basilea, da dove prosegue un mio collega. Passo quindi praticamente tutti i giorni dal San Gottardo". E in tre anni di viaggi attraverso le Alpi sostiene di non aver mai vissuto brutte esperienze. "Non c’è stress, è tutto calmo e ordinato. È vero, ci sono i controlli, ma è giusto che li facciano. Al massimo si sta fermi per mezz’ora, non di più".
C’è addirittura chi dice che "le strade svizzere sono il paradiso, a maggior ragione se confrontate con quelle italiane". È Federico Bozzano, 41 anni, autista che effettua trasporti pericolosi per conto di una ditta di Alessandria. "Nel mio Paese ci usano come cavie, basti vedere quello che è successo con il ponte Morandi a Genova - afferma -. Non si fa manutenzione seria, mentre qui vedo che regolarmente ponti e viadotti vengono controllati in modo scrupoloso". Dell’Italia, o meglio del suo datore di lavoro italiano, Bozzani apprezza però lo stipendio. "Prendo 2’500 euro al mese, è una buona paga. Anche i miei colleghi stranieri hanno le stesse remunerazioni. È vero che in giro ci sono autisti dell’Europa dell’Est che accettano stipendi da fame, ma una volta che si trasferiscono in Italia con le loro famiglie anche loro vogliono una paga che consenta di vivere decentemente". Della Svizzera invece Bozzano apprezza praticamente tutto. L’unica pecca, sostiene, è la dogana del Gaggiolo. "Sono obbligato a passare di lì visto che faccio trasporti pericolosi, da Brogeda non mi lascerebbero entrare - spiega -. Ma al Gaggiolo il piazzale per i camion è troppo piccolo, spesso non ci stiamo tutti. E così si finisce per perdere parecchio tempo".
Stefano Manera con il suo mezzo pesante circola solo in Ticino. "Sono 25 anni che faccio l’autista - dice il 44enne - e il cantone è sempre stato trafficato". Non sempre si riesce insomma a circolare come si vorrebbe. Ne sa qualcosa Roma Yanchuk, 42enne ucraino, che però la prende con filosofia. "Rispetto all’Italia, qui è tutta un’altra storia". Invece secondo Peter Kawalski, 36enne polacco, a far perdere tempo sono le pause imposte dalla legge, eccessive. "In Germania si può guidare sull’arco di tutte le ventiquattro ore - spiega -, mentre in Svizzera la notte si è obbligati a fermarsi. Inoltre bisogna fare una pausa ogni quattro ore e mezzo, anche se non si avverte nessuna stanchezza. Se non ci fossero tutti questi vincoli, si potrebbe arrivare a destinazione molto più velocemente". Poi, palesando una certa frustrazione, Peter Kawalski torna al suo camion targato Lituania, fermo sul piazzale dell’area di sosta di Bellinzona. "Vado in cabina a trascorrere i venti minuti d’attesa che mi restano, ammazzerò un po’ il tempo giocando con il telefonino". Non potrà partire un secondo prima. L’odocronografo non perdona.

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