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Il trader Roberto Rivera rilancia inquietanti interrogativi
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"La AstonBank fa crac
e indagano solo me"
LILLO ALAIMO


Se fosse un libro… sarebbe un’enciclopedia. Se fosse un film… una serie televisiva di quelle estenuanti, senza mai la parola fine. Ma non si tratta di un intrigo. Le cose sono semplici ma si dipanano da dieci anni lentissimamente. Un’inchiesta penale che dalla fine dello scorso decennio non ha ancora concluso la fase istruttoria. Il Caffè la racconta da quasi un anno, dando voce al protagonista. Un trader, cioè un operatore finanziario che opera con il proprio denaro, considerato un genio, tanto da essere riuscito in questi anni a triplicare i circa 3 milioni che gli furono sequestrati a Lugano all’inizio della storia processuale. Triplicati sotto gli occhi della magistratura che gli ha permesso di poterli investire.
Roberto Rivera è il comasco al centro dell’"affaire". Al centro suo malgrado, perché in questa infinita "serie televisiva" stando alle carte ufficiali non dovrebbe essere altro che un personaggio di secondo piano. Al centro della scena ci si aspetterebbe di vedere i vertici della banca da cui tutto iniziò e finì dieci anni fa. La AstonBank di Lugano, nata e fallita in poco tempo. Scomparsa in un buco, si disse allora dopo i primi calcoli, di 20 milioni di franchi.
Rivera ha fatto di tutto in questi dieci anni per chiedere la chiusura dell’inchiesta. E ora per chiedere la piena assoluzione da reati infamanti legati a quel crac. In estate la Corte dei reclami penali (Crp) ha riconosciuto, e non per la prima volta, l’estenuante e ingiustificata lunghezza dell’inchiesta. E ha addirittura ordinato il dissequestro di quei milioni maturati negli anni sulla base dei 3 milioni sequestrati inizialmente. Vale a dire oltre 5 milioni. Ma nulla si è mosso nel corso dell’autunno perché il curatore fallimentare della AstonBank ha ricorso.
Esasperato Roberto Rivera ha scritto al procuratore generale ticinese, Andrea Pagani, e a quello federale, Michael Lauber. Chiede celerità. Chiede il loro intervento. Chiede di verificare l’operato del magistrato che ha in mano la sua indagine, Andrea Gianini. Ma si domanda soprattutto come sia possibile che le indagini si siano concentrate su di lui, anziché sui vertici della banca.
"Ma come si fa a pensare che il maggior azionista, presidente del Consiglio di amministrazione, Alessandro Fabiani (ndr. un 57enne italiano a suo tempo residente in Ticino), oltretutto rappresentante legale della banca, possa essere una figura marginale e sapere poco o nulla dell’intera storia?". Così ha scritto il trader Rivera ai due procuratori generali. Puntando un fascio di luce su Fabiani, un tempo difeso da John Noseda, procuratore generale in Ticino sino alla scorsa estate, e che poco dopo lo scoppio della vicenda scomparve dalla Svizzera. "Latitante per cinque anni - sottolinea oggi Rivera -. Scomparve una settimana prima che la magistratura ordinasse il suo arresto e quello di Camillo Costa, ex direttore generale di AstonBank".
Senza troppo circumnavigare il nocciolo della vicenda, Rivera lancia il sospetto che Fabiani sia stato un "privilegiato" nell’inchiesta penale. E lo sia stato per dieci anni. È infatti solo in questi ultimi mesi, forse dopo la sentenza della Crp di quest’estate, che le indagini della procura si sono rimesse in moto.
"Prendo atto che il procuratore Gianini ora stia lavorando a spron battuto con interrogatori e altro. Ma… non poteva farlo prima? Perché interrogare per la prima volta solo in questi giorni gli organi apicali della banca? Fallisce una banca e non vengono interrogati i membri del consiglio di amministrazione? Forse anche perché uno di essi è figlio di un ex noto politico nazionale?".
Fatto è, ha rilevato Rivera nella sua lettera ai procuratori generali, "che all’improvviso, dopo due anni di inattività, il procuratore pubblico Andrea Gianini mi ha convocato per due interrogatori. Era l’autunno del 2016. Ho scoperto allora che egli non aveva mai ascoltato i principali indagati, nonché rei confessi di molti reati. Tra cui appunto Alessandro Fabiani. Su di lui pesano sospetti di malversazioni addirittura dopo l’apertura della liquidazione".
Roberto Rivera si proclama estraneo a qualunque fatto contestato penalmente da dieci anni. "Mai nessuna prova è stata prodotta contro di me, nessun indizio è mai stato corroborato da prove e soprattutto la Crp mi ha dato ragione di ciò in ogni singolo ricorso da me presentato".
La documentazione raccolta dal trader comasco sembra pesare come un macigno sulla procura e sulla liquidazione della AstonBank. Mentre lui lancia e rilancia alcuni interrogativi. "Per quale ragione ci si concentra su tutto fuorché sul danno effettivo cagionato alla banca e sulle responsabilità degli organi che davvero controllavano AstonBank? Per quale ragione Rivera era così importante per procura e liquidazione di Aston? E quali sono i veri, reali contatti e interessi fra Fabiani e chi sta curando la liquidazione?".
Sono interrogativi pesanti. E Rivera li va rilanciando da tempo. Ha scritto a tutti tra Berna, Bellinzona, Como e Roma. Ha registrato alcuni colloqui in procura e fra un suo ex legale. Ha addirittura incontrato due volte il direttore del Dipartimento delle Istituzioni, Norman Gobbi. Gli ha consegnato tutto. Registrazioni comprese. Il procuratore che ha in mano il suo caso dal 2013, Andrea Gianini, tempo fa ha lasciato intendere di aver ricevuto pressioni anche politiche perché la vicenda fosse chiusa. Dieci anni di interrogatori e perizie sono indubbiamente molti e non si vede, ha scritto la Crp la scorsa estate, quali altre analisi possano ancora esser fatte dalla procura. "Ecco anche perché - dice oggi Rivera da dieci anni impossibilitato a svolgere la sua professione - vien da pensare che dietro tutto quel che mi è successo ci sia una grande montatura. E chissà, magari anche il tentativo di arrotondare la massa fallimentare cercando di ridurre quei milioni sequestratimi e maturati sotto gli occhi della magistratura in questi anni".

l.a.
02.12.2018


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