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Vita tra malattia e miseria dei profughi sfuggiti alle stragi
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Tra i rifugiati siriani
in lotta contro la pazzia
MATTIA MARZORATI DA BEIRUT


Non riuscivo a dormire. Avevo incubi. Non parlavo con nessuno", racconta Nada, 24 anni, fuggita da Aleppo una notte di quattro anni fa per sfuggire ai soldati dell’Isis. Tutti i suoi familiari sono morti nell’esplosione di una bomba che ha distrutto la casa dove abitavano. Quando Marie Gorra, psicologa di Humedica, ha iniziato con lei la terapia il suo stato psicologico era molto grave. Oggi Nada lavora a tempo pieno in un negozio nella periferia di Zahle, in Libano.
Il milione e mezzo di siriani che hanno trovato rifugio in Libano vive da anni in condizioni estreme. Una situazione difficile: chi popola gli Its, cioè le tendopoli non riconosciute ufficialmente dal governo nelle zone rurali del Paese, deve fare i conti con l’assenza di servizi primari come quelli sanitari, igienici ed educativi. Chi si è insediato nelle città abita i campi profughi palestinesi in quartieri come Burj el Barajneh e Shatila a Beirut, dove in un chilometro quadrato convivono circa 30mila persone.
In un contesto come questo, aggravato dalla situazione di illegalità (dal 2014 il governo ha smesso di registrare i rifugiati siriani impedendo la loro regolare permanenza nel Paese) e di miseria (circa il 70% dei siriani vive sotto la soglia di povertà) uno degli aspetti che più ha colpito questa popolazione sono le malattie di natura mentale. Diverse organizzazioni non governative (Ong) presenti nel Paese hanno registrato numerosi casi di pazienti affetti da stress, depressione e ansia. Alcuni hanno tentato il suicidio. Patologie non legate solo ad episodi traumatici vissuti in Siria ma causati dalle attuali condizioni di vita.
"Noi - racconta Alissa, psicologa nella clinica di Medici senza frontiere a Tripoli - solo nel 2017 abbiamo avuto in cura 11mila pazienti in tutto il Libano. La maggior parte soffrono di depressione e ansia ma per quanto diffusi siano questi disturbi non è semplice dialogare con i rifugiati. Molti percepiscono la salute mentale come un tabù del quale non parlare e capita che si affidino a figure spirituali di vario genere per curarsi".
Gli specialisti impegnati nel sostegno psicologico si scontrano quotidianamente con ostacoli che sembrano invalicabili. Molti progetti vengono finanziati da donazioni internazionali che negli ultimi anni stanno calando e costringono le Ong ad operare in modo discontinuo. Da questa mancanza di fondi nasce la difficoltà di trovare personale qualificato, si crea così per i pochi specialisti in prima linea un sovraccarico di lavoro spesso insopportabile. Caritas Libano offre aiuto psicologico agli psicologi stessi che supportano una media di 60 pazienti contemporaneamente.
La condizione di sovrappopolaménto (il 20% dei siriani abita con più di 7 persone nella stessa casa) e la mancanza di un impiego e di un futuro crea conflitti familiari. Nel rapporto relativo allo scorso anno l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) denuncia che in oltre la metà delle famiglie è stata usata la violenza fisica come strumento educativo. Altri due aspetti che minano pesantemente la salute mentale dei bambini, che costituiscono la metà del totale della popolazione siriana in Libano, sono quelli del lavoro agricolo e dei matrimoni precoci. Lo sfruttamento minorile è accompagnato dall’abitudine, in preoccupante crescita, di combinare nozze con giovanissime spose nel tentativo di trovare una sorta di stabilità sociale. Entrambi i fenomeni hanno però la conseguenza di precludere ai minori la possibilità di frequentare la scuola con il rischio di creare una generazione analfabeta e mentalmente fragile.
Negli ultimi anni il lavoro dei medici, soprattutto psicologi, per aiutare i rifugiati siriani in Libano è stato sostenuto da diverse organizzazioni nazionali e internazionali. Ma le strategie messe in atto finora sono ancora ampiamente insufficienti per arginare un’emergenza che è immutata da quasi un decennio.
20.01.2019


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