Una minoranza tra storia di violenze e "pulizia etnica"
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L'esodo dei Rohingya
nomadi nella foresta
GABRIELE CECCONI DA KUTUPALONG


Ad agosto del 2017 è cominciato l’ultimo grande esodo della minoranza musulmana Rohingya. Perseguitata da una terribile ondata di violenze da parte dell’esercito del Myanmar. Zeid Raad Al Hussein, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, non ha esitato a definire queste operazioni come un caso di vera e propria "pulizia etnica". Circa un milione di persone scappate dai propri villaggi vivono oggi nel distretto di Cox’s Bazar, nel sud del Bangladesh. E mentre il futuro di migliaia di famiglie rimane incerto, le condizioni di vita dei profughi sono estremamente precarie. Una delle emergenze più importanti (ma costantemente sottovalutata nelle crisi umanitarie scaturite da migrazioni di massa improvvise), riguarda proprio l’impatto ambientale e le condizioni di vita delle famiglie di questa etnia nel momento in cui si insediano nei territori che li ospitano. Non tutti riescono a integrarsi, non tutti superano il momento di smarrimento psicologico.
Nei campi di Cox’s Bazar la situazione è drammatica. A Kutupalong, nell’area della riserva naturale di Teknaf, ad oggi il più grande campo profughi del mondo, sopravvivono circa 700mila persone. Ogni mattina all’alba, una interminabile carovana di Rohingya solca la rossa terra bengalese per inoltrarsi nella foresta e raccogliere quanta più legna possibile. In assenza di terre coltivabili, nell’impossibilità di lavorare legalmente nel Paese, i profughi dipendono interamente dalla foresta. Secondo uno studio delle Nazioni Unite, ogni mese 70mila tonnellate di legna vengono raccolte da questa popolazione. La conseguenza è che più della metà della riserva naturale è scomparsa e secondo le più recenti stime, potrebbe scomparire del tutto entro il 2019. Il conto alla rovescia è dunque cominciato.
Oltre questo, l’uso del legname come combustibile per cucinare all’interno degli angusti rifugi ha causato una vera e propria epidemia di infezioni respiratorie che secondo la World health organization (Who) rappresenta la prima causa di decesso tra la popolazione Rohingya. I più vulnerabili sono donne e bambini che rimangono all’interno delle "baracche" durante la preparazione del cibo. La deforestazione ha poi effetti e ricadute devastanti a causa dell’aumento dell’erosione del suolo, che a sua volta genera il rischio di frane e inondazioni durante la stagione monsonica. La scomparsa della riserva di Teknaf, creata per preservare l’elefante asiatico, ha creato poi scompensi in questo ecosistema naturale. I campi sono stati costruiti lungo le rotte migratorie dei grandi mammiferi, e decine di persone sono rimaste vittime di attacchi di elefanti disorientati e spaventati dalla perdita del proprio habitat.
A tutto ciò bisogna aggiungere la questione dell’accesso a sicure fonti di acqua. E, non ultima, quella relativa alla gestione delle immense masse di rifiuti prodotti quotidianamente. Sempre secondo la Who nel dicembre del 2017 l’88 per cento dei campioni di acqua raccolti risultavano contaminati da batteri. Nel villaggio locale di Unchiprang, le acque reflue provenienti dal vicino campo profughi, hanno contaminato l’unica fonte accessibile alla popolazione locale creando forti disagi durante la stagione secca.
Ad oggi sono 68 milioni i profughi nel mondo. E molte migrazioni di massa devono fronteggiare problematiche analoghe a quelle che si sono verificate a Kutupalong, in Bangladesh. In una regione particolarmente fragile, di un Paese che è uno dei più vulnerabili ai cambiamenti climatici, la crisi ambientale in atto rappresenta i caratteri generali delle sfide poste dalle grandi migrazioni. Insomma, quella di Kutupalong, dove vive la minoranza musulmana Rohingya, rappresenta è una delle situazioni simbolo che si sono presentate in questi anni di flussi migratori non governati dai Paesi e dalle autorità internazionali.
03.02.2019


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