Cosa c'è dietro la strategia del presidente americano
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La guerra di Trump
e il sorpasso cinese
LORETTA NAPOLEONI


La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina continua e Donald Trump la utilizza come leva elettorale. È questa una chiave di lettura che non piace a Wall Street ma che sembra spiegare i comportamenti apparentemente irrazionali del presidente americano. E vediamo nel dettaglio perché.
Nel suo stile classico, meno di una settimana prima dell’incontro finale per risolvere i problemi commerciali tra Cina ed Usa, Donald Trump ha minacciato con un tweet i cinesi. Il presidente intende aumentare le tariffe doganali dal 10 al 25 per cento su una serie di prodotti e per un valore di diversi miliardi di dollari. Le condizioni imposte per evitare quest’azione punitiva non sono ben chiare dal momento che poco è trapelato sulle negoziazioni fino ad ora condotte. Ma è chiaro che Trump non si fida dei cinesi. Il punto chiave è capire il suo obiettivo: impedire alla Cina il sorpasso economico che fiaccherebbe il settore industriale americano e colpirebbe a morte gli swing voter, quella fascia dell’elettorato che ha permesso a Trump di essere eletto. Trump vuole che la Cina smantelli la politica del Made in China 2025 che mira a chiudere il divario con l’occidente in 10 settori, tra cui quello dell’acciaio, entro il 2025 ed a dominare l’industria dell’intelligenza artificiale entro il 2030.
Questo non è semplicemente un obiettivo economico, è una strategia di lungo periodo diretta a garantire la sicurezza nazionale cinese, è un programma per il futuro il cui artefice è il presidente Xi Jinping e la meta finale è l’emergere della Cina come potenza globale. Nonostante le negoziazioni e l’apparente spirito conciliatore, la Cina sottotraccia continua a perseguire questo grande piano e la punta di diamante sono le imprese statali. Secondo molti la minaccia di Trump su Twitter è stata indotta proprio dalla certezza che la Cina ridurrà le promesse di tagliare i sussidi alle imprese statali.
Le conseguenze negative della guerra dei dazi e di un mancato accordo sono evidenti: flessione del mercato azionario e riduzione dell’esportazioni di prodotti agricoli americani, primo fra tutti la soia. A soffrire dunque sarà la borsa ed il settore agricolo ed a guadagnarci sarà l’industria pesante. Dal punto di vista economico il gioco non vale la candela. Lo stesso si può dire dell’imposizione delle tariffe sull’acciaio a Canada e Messico lo scorso anno. Un’analisi condotta da Econofact ha dimostrato che l’impatto negativo delle tariffe sull’occupazione nei settori che usano l’acciaio è stato maggiore dei benefici ottenuti dai produttori di acciaio.
E qui si innesca l’elemento elettorale. Con un’economia che cresce al 3,2 per cento ed un’occupazione ai massimi storici in quasi mezzo secolo, Donald Trump si può permettere di proteggere il suo elettorato a colpi di riforme economiche che discriminano a suo favore anche a danno di tutta l’economia. Parliamo della vecchia classe operaia americana, della classe media impoverita, di quell’America che ancora spera di tornare ad essere grande grazie a Trump. Un’America il cui voto può ancora garantirgli il secondo mandato. Ed è questa l’unica America che Trump conosce.
12.05.2019


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