L'ex sindaco scende in campo per sostituire Theresa May
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La "cura" Boris Johnson
ai Tories in caduta libera
ALESSANDRO CARLINI DA LONDRA


Dopo false partenze e marce indietro finalmente per Boris Johnson il dado è tratto. L’istrionico esponente dei Tories britannici, ex ministro degli Esteri ed ex sindaco di Londra, alla fine si è deciso: a Manchester ha annunciato che si candida per la poltrona di nuovo leader dei conservatori (e a quella di guida del governo), con l’obiettivo di succedere alla malandata premier Theresa May. Il capofila degli euroscettici si prepara a scendere in campo in uno dei momenti più difficili per il suo partito, alle prese con una sorta di maledizione della Brexit, che ha già segnato la fine politica dell’ex primo ministro David Cameron e costretto la May, mentre piangeva come dicono alcuni testimoni, a impegnarsi per indicare le sue dimissioni in tempi rapidi.
Non solo, i Tories, ormai identificati dall’elettorato come quelli che non sono riusciti a portare a termine l’uscita dall’Ue, sono in caduta libera nei sondaggi per le europee: addirittura quinto partito, con un umiliante 9% di consensi. Per molti serve la "cura" Boris. Arriverebbe dopo una delle scalate più lunghe alla guida di un partito: da anni si parla di un Johnson leader, da anni è in vetta alle classifiche di popolarità. Ma fino a oggi, per una ragione o un’altra, si è sempre tirato indietro. Forse hanno avuto una certa importanza la sua stravaganza, l’irruenza, la capacità di fare gaffe, e il suo identikit non molto Tory. Nato il 19 giugno del 1964 a New York, Alexander Boris de Pfeffel Johnson ha antenati musulmani, ebrei e cristiani e sino a fino qualche anno fa vantava anche la cittadinanza americana oltre a quella britannica.
Dopo la laurea in lettere classiche al Balliol College di Oxford inizia a lavorare per la carta stampata, prima al Times, poi al Daily Telegraph e infine come direttore della rivista di area conservatrice The Spectator. La sua carriera politica comincia nel 2001, quando vince un seggio in parlamento nel collegio di Henley. Nel 2004 per qualche mese è ministro ombra delle Arti, salvo poi perdere l’incarico per aver mentito circa una sua relazione extraconiugale. Due matrimoni falliti alle spalle, tante volte è finito sui tabloid per le sue intricate relazioni familiari. Nel 2008 inizia la sua avventura come sindaco di Londra, che si conclude nel 2016.
La sua scelta di appoggiare la Brexit nel referendum sorprende un po’ tutti e secondo molti avviene per fini meramente politici visto che più volte da primo cittadino aveva esaltato l’Ue. Dopo essere tornato a occupare un seggio da deputato alla Camera dei Comuni, sfuma, per il "tranello" teso dall’amico e alleato Michael Gove, la sua candidatura alla leadership Tory. Si rifà però nel luglio 2016 con la nomina a ministro degli Esteri, diventando spina nel fianco dell’allora neo premier May.
Che infatti se ne libera esattamente due anni dopo, nel luglio 2018, dopo una serie di gaffe ben poco diplomatiche compiute da Boris, e le continue critiche alla gestione della Brexit. Ora è forse arrivato il tempo di mostrare a tutti come può guidare il Regno in un frangente tanto complesso, di sicuro ispirandosi al suo idolo, Winston Churchill.
19.05.2019


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