Il caos brittannico nell'attesa che Londra lasci l'Europa
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May più e ora avanza
il Brexit Party di Farage
ALESSANDRO CARLINI


Anche Theresa May è stata costretta ad arrendersi di fronte al "mostro" della Brexit. Così un altro premier conservatore, dopo David Cameron nel 2016, ha dovuto annunciare la propria uscita di scena, in attesa che qualcuno prenda il timone del governo britannico e tenti di concludere l’addio all’Ue. Non a caso l’annuncio in lacrime della leader Tory è arrivato nei giorni in cui si è votato per le europee, con l’imbarazzante partecipazione dei sudditi di sua maestà alla consultazione popolare, a tre anni dal referendum in cui hanno deciso di tagliare i ponti con Bruxelles. Ma quel legame incredibilmente resiste e ora si apre un nuovo periodo di incertezza per il Paese, che prima di tutto deve trovare il successore della May.

LA SFIDA dei  TORY
Nella macchina istituzionale del Regno, già messa a dura prova dalla Brexit, almeno questo cambiamento al vertice ha modi e tempi certi. E non prevede, come invece ha chiesto a gran voce il leader laburista Jeremy Corbyn, "immediate elezioni politiche".  Il 7 giugno, una volta archiviata la contestata visita di Stato del presidente americano Donald Trump, la May si deve dimettere da leader Tory, dando il via a un’affollata corsa per trovare la nuova guida del partito conservatore e prossimo primo ministro. L’attuale premier rimarrà in carica fino a quando non si concluderà la designazione, al più tardi entro il 24 luglio. Chi entrerà al n. 10 di Downing Street è difficile dirlo. La sua scelta sarà determinante per definire in primo luogo i rapporti con l’Europa. I media parlano di una dozzina di pretendenti in tutto. Favorito resta Boris Johnson, portabandiera del fronte pro Leave al referendum del 2016 e di un divorzio, senza se e senza ma, dall’Ue. Ma l’ex ministro degli Esteri ed ex sindaco di Londra - già scottato nelle sue ambizioni tre anni orsono, quando la strada sembrava spianata - dovrà fare i conti con diversi ostacoli. E non pochi rivali decisi a tutto. Fra questi ci sono il titolare degli Esteri in carica, Jeremy Hunt, quello degli Interni, Sajid Javid, Dominic Raab, ex ministro della Brexit, e anche due donne, come Andrea Leadsom, dimessasi in extremis dal governo May proprio per prepararsi alla scalata o ancora Penny Mordaunt, rampante ministra della Difesa di fresca nomina.
COSA ACCADE ORA
Di sicuro il vincitore (o la vincitrice) deve arrivare dal fronte euroscettico, tanto più sull’onda del prevedibile risultato disastroso dei Tories alle elezioni europee e di un salasso di voti verso il nuovo Brexit Party di Nigel Farage. Fin da subito è necessario che indichi i piani per affrontare l’uscita dall’Ue e finalmente condurla in porto. Ma nei fatti, con la responsabilità di governo sulle spalle, le cose per chiunque vada a sostituire May non sarebbero le stesse. Il nuovo premier potrebbe tentare di riaprire (opzione impervia) il negoziato con l’Ue, dopo il fallimento dell’accordo presentato dalla premier e respinto più volte dai deputati di Westminster. Oppure - come ha riportato il Telegraph riferendo alcune frasi di Johnson - uscire dall’Ue senza un’intesa, aspettando la scadenza del 31 ottobre.

ECONOMIA A RISCHIO
Bruxelles in questa situazione di continuo mutamento non può che stare in attesa. I leader dei Paesi Ue si mostrano più o meno preoccupati. Se la cancelliere tedesca Angela Merkel si augura ancora di poter raggiungere una "uscita ordinata", e farà di tutto per ottenerla, in Francia e Spagna tira un’aria diversa. Il presidente Emmanuel Macron s’affretta a evocare quanto prima "un chiarimento sulla Brexit" e Madrid rispolvera apertamente l’ombra di un traumatico "no deal". Non facilita la situazione l’aggravamento di alcuni indicatori economici: già le agenzie di rating parlano di "effetti negativi sul merito di credito" del Regno Unito e di Pil in preoccupante frenata. Il rischio è che le lacrime da versare per i britannici non siano finite.
26.05.2019


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