La testimonianza di Linard Thom, 72enne engadinese
"Mia moglie è morta
a causa dell'amianto"
ANDREA BERTAGNI


Linard mostra fiero sullo schermo del telefono cellulare la montagna che porta il suo nome. I suoi genitori l’hanno chiamato proprio come la cima engadinese. E lui ha fatto lo stesso con suo figlio, Linard Thom junior. A sua figlia Erika ha invece dato il nome di sua moglie. Morta per mesotelioma pleurico il 22 marzo 2015, a 74 anni. Erika Thom-Winteler è una vittima dell’amianto. Suo marito Linard è seduto a un tavolo di un ristorante di Bellinzona. I suoi occhi celesti si inumidiscono. È la prima volta che parla di lei. “È stato terribile scoprire che non c’era né cura, né un modo per prolungare la vita di qualche anno”. Erika è stata cosciente fino alla fine. È voluta morire a casa sua nei Grigioni. Tra le braccia di suo marito e dei suoi figli. “Ha sofferto molto, non provava rabbia - confida Linard - sentiva solo di essere stata molto sfortunata”.
La sfortuna di Erika è stata quella di nascere a Niederurnen, un paese nel canton Glarona scelto dalla Eternit per aprirvi uno stabilimento. La fabbrica dà lavoro quasi a tutti. “Per i primi 6 anni della sua vita mia moglie ha vissuto con la madrina - racconta Linard - suo marito lavorava alla Eternit, tornava a casa dopo essere stato esposto alle polveri tutto il giorno: i suoi vestiti erano dappertutto”. Erika è una bambina anche quando, qualche anno dopo, va a vivere con sua madre, anche lei operaia alla Eternit. “Vivevano in una casa minuscola - prosegue Linard - potevano lavare i panni solo una volta al mese e i vestiti pieni di polvere erano appoggiati ovunque, anche sui libri di scuola”. Tanto basta per essere contaminati. Per sempre. Erika non se ne accorge. Non può saperlo.
Linard Junior è seduto accanto al padre. Lo guarda. Ogni tanto gli dà una carezza sulla spalla. “È andato tutto bene fino al mese di luglio del 2014 - ricorda Linard senior, che oggi ha 72 anni - poi un giorno ha cominciato ad avere mal di pancia, a essere stanca e debole”. È il campanello d’allarme. Il primo segnale della malattia causata dall’amianto. “Il dottore non capiva cosa avesse, né cosa stesse succedendo: così siamo andati all’ospedale di Coira per fare una radiografia all’addome”. I raggi non vedono niente. In alto nella fotografia però si vede qualcosa. Non nella pancia. Ma nella pleura. Sopra i polmoni. È un tumore. Le analisi successive confermano la diagnosi. Il cancro si è formato a causa dell’amianto. “Per lei, ma anche per noi, è stata molto dura affrontare la notizia”.
Neanche un anno dopo, Erika muore. Nonostante la radio e la chemioterapia. Linard rimane solo. Non sa che fare. Anche perché la cassa malati non l’ha aiutato con le terapie. Risultato? Ha sborsato 85mila franchi di tasca propria. Neanche la Suva ha dato una mano, perché Erika si è ammalata quando era bambina e non stava lavorando.  
L’uomo che si chiama come una montagna dell’Engadina guarda suo figlio, che ricambia lo sguardo. “Affrontare tutto da soli è impossibile – dice - per fortuna c’è la Fondazione fondo per le vittime dell’amianto (Efa): mi hanno aiutato economicamente e mi hanno dato un sostegno psicologico fondamentale. L’errore più grande è quello di pensare di essere soli”.
14.07.2019


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