Sulla costa dalmata ora restano solo cicatrici di guerra
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Dal Grand hotel di Tito
alla baia degli spettri
MICHELE LUPPI DA KUPARI (CROAZIA)


Davanti agli occhi il mare azzurro smeraldo che bagna la costa croata. Alle spalle grigi palazzi diroccati, muri crivellati dai proiettili e uno scenario, una cicatrice che ancora oggi racconta di una guerra lontana venticinque anni. Siamo a Kupari, sulla costa dalmata nella municipalità di Župa a pochi chilometri a sud di Dubrovnik, la perla dell’Adriatico.
Qui arriva chi è a caccia di un campeggio economico ma ben presto si accorge d’essersi imbattuto in un pezzo di storia: in questa baia sorgeva uno dei complessi turistici più grandi dell’intera Jugoslavia. Passata una sbarra si imbocca un piccolo viale infestato di arbusti. Lo scenario che si incontra è surreale: intorno è una "foresta" di scheletri di edifici di forme e dimensioni diverse. C’è uno scivolo letteralmente avvolto da piante, rami caduti, panchine di pietra divelte. Dirigendosi verso il mare lo sguardo cade su un palazzo dal profilo nobile: la veranda in ferro battuto, finemente decorata, le finestre ampie e incorniciate da stucchi. Sono i resti del Grand Hotel di Kupari, il primo albergo della zona costruito nel lontano 1919. Un centro nato ai tempi del Regno dei serbi, croati e sloveni, una struttura per vacanzieri facoltosi provenienti da tutti i Balcani.
Alcuni turisti si fermano nella grande hall e poi lungo le scale d’onore e le ampie stanze del palazzo. Ci vuole una certa dose di fantasia per immaginare lo sfarzo dove ora resta solo cemento armato e pezzi di mobilio. Al primo piano da una delle grandi finestre si notano centinaia di persone che fanno il bagno, riposano sulla piccola spiaggia o prendono il sole su muretti sbeccati o crollati. Da questa posizione privilegiata si può immaginare il complesso di quella residenza che doveva essere fantastica.
Fu Josip Broz, il Maresciallo Tito, fin dagli Anni 60, a decretare la fortuna di Kupari trasformandolo in uno dei centri turistici più importanti dell’intera Jugoslavia, promuovendolo come colonia estiva per le elité dell’esercito e le loro famiglie. Una "zona militare", inaccessibile ai civili, dove in pochi anni sorsero, accanto al Grand Hotel, quattro altri alberghi dalle dimensioni maestose e da uno stile tipicamente socialista per un totale di duemila posti letto a cui si aggiunsero gli oltre migliaia del camping, l’unica realtà ancora attiva, seppur ridimensionata. Tutto attorno campi da calcio, piscine, spogliatoi. Non mancava un vero e proprio rifugio accessibile attraverso un tunnel lungo 800 metri, il cui ingresso è ora bloccato. Quasi tutti gli oggetti di valore degli hotel sono stati saccheggiati e poi sono state usate bombe al fosforo per bruciare sistematicamente gli edifici, piano dopo piano e distruggere persino la piscina. L’intera zona si è aperta al turismo civile solo alla fine degli Anni 80. Troppo tardi. Quando nel 1991 la guerra scoppiò, Kupari, dove era dispiegata una guarnigione dell’esercito jugoslavo, divenne ben presto teatro di duri scontri che durarono fino a metà del 1992 quando l’intera area fu conquistata dai croati. Distrutto e abbandonato, il complesso che oggi è di proprietà del ministero della Difesa, è precipitato in uno stato di degrado che continua nonostante i tanti progetti di recupero elaborati. Tutti falliti.
Eppure basta guardarsi intorno per capire le potenzialità di questo luogo. C’è un vecchio molo per le barche da dove si tuffano gruppi di ragazzi, altri giocano a calcio, qualche anziano pesca mentre, in fondo alla spiaggia, turisti sorseggiano birra nei pochi bar ancora aperti. Dall’acqua si gode uno spettacolo particolare: di fronte si può osservare nell’insieme il complesso turistico di Kupari, che appare in tutta la sua imponenza, come lo scheletro di un grande dinosauro che riposa adagiato sulla riva.
14.07.2019


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