Dubai e Abu Dhabi cercano nuove "protezione" in Africa
Le amicizie pericolose
degli Emirati in Libia
GUIDO OLIMPIO


Gli Emirati si muovono molto in Africa. Hanno creato basi in Somalia ed Eritrea, ora sono in trattative con il Niger per aprire una nuova installazione militare. Ed è ben nota l’attività in Libia, al fianco del generale Haftar, il signore della Cirenaica. Lo hanno rifornito di armi moderne, hanno inviato consiglieri e offerto aiuti importanti, trovano sponda negli egiziani, anch’essi interessati a quanto avviene nel teatro libico. Una pista aerea funziona come punto d’appoggio per velivoli e droni coinvolti nei raid contro le truppe lealiste di Tripoli. In Sudan, scosso dalle proteste popolari, hanno manovrato in supporto dei militari.
È la prova di una proiezione strategica che ruota attorno a due perni. Il primo di difendere propri interessi e alleati locali: gli emiratini sono grandi investitori nell’agricoltura di alcuni stati africani. Il secondo è ribadire il peso di potenza regionale, in contrasto con la spinta esercitata dal Qatar e dalla Turchia. Sono rivali e concorrenti. Una partita che vede Dubai e Abu Dhabi agire in modo autonomo e, a volte, di concerto con i sauditi. Senza dimenticare che anche gli iraniani, sempre molto abili e pazienti, hanno costruito buoni rapporti in un continente pieno di risorse.
Per portare avanti la strategia di lungo termine hanno comprato materiale bellico in quantità - sono tra i principali importatori - e hanno ingaggiato mercenari, spesso soldati con un passato nei corpi speciali occidentali ma anche semplici reclute sudanesi, poi rischierate a battersi nello Yemen, un quadrante dove nulla è facile. Risorse consistenti sono state riservate all’intelligence e ai sistemi per le intercettazioni elettroniche, strumenti necessari per spiare e tenere d’occhio chi dissente.
14.07.2019


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