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Gli scandali offuscano un'area tra le più ricche al mondo
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La fuga dei miliardari
imbarazza gli Emirati
GUIDO OLIMPIO


Loro sono ricchissimi, possono comprare - per ora - ciò che vogliono, sono adulati e temuti, hanno ambizioni. Eppure non sono al riparo da guai. Ovviamente tutto è relativo. Per alcuni sono semplici fastidi, ma nel lungo termine possono diventare altro. "Loro" sono gli sceicchi degli Emirati Arabi Uniti, confederazione di sette piccoli stati, sulla rotta del greggio. Da settimane i loro nomi rimbalzano sui media internazionali.
Khaled al Qasimi, figlio dello sheikh di Sharjah è stato trovato senza vita a Londra, un decesso nel mezzo di un festino. Almeno questo è ciò che ha sostenuto la stampa inglese. Fine tragica che ha seguito di pochi giorni la fuga prima in Germania, quindi in Gran Bretagna della principessa Haya, moglie dello sceicco di Dubai, Mohammed al Maktoum. La consorte, sorellastra del re giordano Abdullah, è scappata perché non andava più d’accordo con il marito e temeva - forse - di finire segregata. Cosa avvenuta con due figlie del principe, riacchiappate in epoche diverse dopo che avevano cercato di lasciare il Paese sempre per contrasti con il patriarca. Che non l’ha presa bene.
Intanto per lo scandalo suscitato. "Loro" vogliono attenzione, amano essere al centro del mondo, ma non "grazie" a storie come questa. Creano voci, pettegolezzi, insinuazioni. La verità si mescola alle leggende. La seconda ragione del malumore è legata a questioni meno familiari, però altrettanto importanti.
Dubai è sempre scintillante, tra grattacieli, progetti avveniristici, divertimenti, shopping e stravaganze. È una meta turistica, è un centro finanziario. Quando la visiti capisci che i dirigenti guardano lontano. Solo che questo miracolo potrebbe riservare cattive sorprese. Oggi tutto è oro, domani chissà. Il ribasso del prezzo del petrolio e la crisi hanno inciso sullo sviluppo: la crescita è stata del 1,9%. Poco per le aspettative. Il mercato immobiliare ha subito contraccolpi, con ribassi del 25%. Molti stranieri - personale qualificato - hanno deciso di andarsene ritenendo che sia necessario cercare nuove opportunità altrove. Si fidano poco del futuro o comunque ritengono che sia il caso di cambiar aria. Certo, in confronto ai problemi dell’Europa, è nulla. Qui continuano a costruire, a investire, a portare denaro. Tutto muove, in modo frenetico. Però - avvertono alcuni analisti - meglio non sottovalutare certi segnali.
La terza spina per Dubai e per gli altri Emirati è più politica. Schieratisi al fianco dei sauditi, hanno mandato un contingente nello Yemen a contrastare i guerriglieri Houti, amici di Teheran. La campagna ha messo in luce difficoltà, causato perdite tra soldati e tra i civili. Gli sceicchi hanno allora deciso di ritirare gran parte della truppa lasciando il lavoro a milizie locali - armate e addestrate - così come a reparti scelti. Inoltre hanno rafforzato la loro presenza sull’isola di Socotra, punto d’osservazione importante.
Ecco perché alcuni osservatori parlano di semi-ritiro, di manovra tattica. Altri ritengono che i piccoli stati abbiano priorità diverse. C’è la crisi con l’Iran sempre aperta e dunque vogliono concentrarsi su questo fronte. Anche se i monarchi del Golfo paiono tiepidi sulle opzioni militari - e lo hanno fatto trapelare - vogliono essere pronti a qualsiasi scenario.
14.07.2019


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