L'ex dipendente del Beata Vergine accusato dalle famiglie
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I parenti dei ricoverati
querelano l'infermiere
R.C.


Siamo al dunque. Entro venerdì 19 luglio la magistratura dovrà decidere se prolungare di ulteriori tre mesi la carcerazione preventiva. L’infermiere del Mendrisiotto, 45 anni e per metà della sua vita impiegato all’ospedale Beata Vergine, è in carcere dall’inizio dello scorso dicembre. La vicenda si è allargata di settimana in settimana. Iniziata con sospetti e accuse di maltrattamenti su alcuni pazienti anziani in fase terminale (l’imputato lavorava nel reparto di Medicina1), si è arrivati come spinti da una valanga all’accusa di omicidio intenzionale. Alterando il dosaggio di alcuni farmaci, soprattutto morfina e dormicum, l’infermiere, stando al procuratore Nicola Respini, avrebbe accelerato se non determinato la morte di quattro-sei pazienti. Ma stabilire un nesso di causalità, come da tempo sostiene la difesa rappresentata dall’avvocato Micaela Antonini Luvini, è pressoché impossibile dal punto di vista medico.
Se l’accusa di omicidio è quella indubbiamente più grave, esiste un "contorno" di reati minori ma non certo meno gravi da un punto di vista etico, che gravano sul futuro processuale dell’imputato. Sono decine e decine le fotografie scattate dall’infermiere ad alcuni pazienti. Immagini ritrovate sul suo smartphone. Fotografie che ritraggono taluni malati in situazioni anche imbarazzanti. E alcune di quelle immagini sono state condivise dall’infermire. Condivise con alcuni conoscenti, sia in Ticino sia in Lombardia. Ma, forse in un paio di casi, anche con alcuni colleghi.
Nel corso delle indagini gli invetigatori hanno mostrato ai familiari dei pazienti fotografati le immagini. È stato detto loro che erano state condivise ed è per questa ragione che, allo stato attuale delle cose, parrebbe siano una ventina coloro che si sono costituiti "accusatori privati", cioè quel che un tempo si definiva "parte civile". E sarebbero quindi una ventina le querele per "violazione della privacy" che oggi pesano sulla posizione dell’infermiere.
Ma è soprattutto sulla base della principale accusa, quella di omicidio, che si decide l’immediato futuro dell’imputato. Le cartelle cliniche sono state inviate dalla procura ad un istituto specializzato oltre San Gottardo. Si tratta di valutare il decorso delle condizioni dei pazienti la cui morte è sospetta. Un decorso da mettere in relazione ai dosaggi dei farmaci assunti e questi ultimi alle originarie prescrizioni mediche.
L’imputato, per quanto la sua memoria gli conceda, sembra aver risposto ad ogni domanda respingendo comunque l’accusa di omicidio intenzionale. Se alterazione dei dosaggi è avvenuta, ed è avvenuta, la ragione è da ricercare nel tentativo di alleviare i dolori dei pazienti. Così si giustifica l’infermiere sotto accusa.
Ma a complicare la sua situazione oltre a quelle inopportune fotografie (almeno in un caso ha fotografato una persona immediatamente dopo il decesso) ci sono alcune frasi scambiate con WhatsApp fra lui e qualche collega. Frasi che comunque non rappresentano ancora una prova a sostegno dell’accusa principale. Certamente importante sarà l’esito della perizia psichiatrica a cui l’imputato dovrà essere sottoposto. Ciò avverrà in carcere? O l’infermiere, data la situazione per ora soprattutto indiziaria, verrà rimesso in libertà? Una cosa è certa: il giallo continua. E le risposte non arriveranno nei prossimi giorni.

r.c.
14.07.2019


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