Il premier britannico sfida tutti pur di arrivare alla Brexit
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L'istrionico Boris
sale sulle barricate
ALESSANDRO CARLINI DA LONDRA


Nei tribunali, in parlamento, nelle strade. Si combatte un po’ ovunque lo scontro finale sulla Brexit in un Regno Unito sempre più diviso. L’obiettivo di un ampio fronte, formato da molti deputati di diversi partiti (anche conservatori) e da una larga parte dell’opinione pubblica, è fermare quel "no-deal", quel mancato accordo con l’Ue, che fa tremare i polsi a una nazione intera. Ma non fa paura, almeno in apparenza, al premier conservatore Boris Johnson, che tira dritto per la sua strada, deciso a portare il Paese fuori dall’Unione entro la scadenza del 31 ottobre. Per questo è arrivato perfino a prendersi l’accusa di comportamento dittatoriale dopo che nei giorni scorsi ha invocato la cosiddetta "prorogation", la sospensione del Parlamento di Westminster per evitare che gli eletti dal popolo britannico si mettano ancora una volta di traverso opponendosi all’addio all’Unione.
L’istrionico Boris, almeno nei tribunali e dal punto di vista giuridico, sta ottenendo importanti vittorie. La regina Elisabetta, coinvolta suo malgrado in una vicenda politica, ha dato il suo assenso alla richiesta del primo ministro. Mentre un giudice scozzese ha respinto il tentativo di 75 parlamentari anti-Brexit di ottenere un’ingiunzione immediata che imponesse a Johnson di ritirare il provvedimento. Ma restano altri due ricorsi sul tavolo, uno presentato in Irlanda del Nord e un altro a Londra. Quest’ultimo è stato avviato dall’attivista pro Ue Gina Miller ed è sostenuto dalla leader LibDem Jo Swinson, oltre che dall’ex primo ministro conservatore John Major. I LibDem "tanno facendo tutto il possibile, nei tribunali e in parlamento, per impedire l’autoritaria presa di potere di Boris Johnson e una Brexit senza accordo. Non possiamo consentire che il primo ministro zittisca il popolo e i suoi rappresentanti", ha tuonato su Twitter la nuova leader del partito di chiara fede europeista.
E la battaglia per fermare Johnson va avanti anche alla Camera dei Comuni. Il leader del maggior partito d’opposizione, il laburista Jeremy Corbyn, ha pronto un procedimento legislativo urgente da approvare prima della sospensione parlamentare di cinque settimane, prevista a partire dal 9 settembre. Si mette a punto anche un’altra arma da usare contro Boris: la mozione di sfiducia, che in caso di approvazione aprirebbe lo scenario di un’elezione anticipata. L’obiettivo è di raccogliere anche il sostegno dei deputati ribelli in un partito conservatore con una serie di divisioni al suo interno. Già ci sono state defezioni dopo le misure drastiche volute dal primo ministro: si è dimessa la leader dei Tories in Scozia, Ruth Davidson, una convinta pro Remain, e un membro della Camera dei Lord, George Young, che ha lasciato un ruolo di coordinamento non di primo piano nel partito di governo.
Tutte mosse e conseguenze che Johnson comunque si attendeva. Non è così invece per la forte opposizione di piazza che si è creata, con manifestazioni nelle strade, una petizione online contro la "prorogation" che ha rapidamente superato il milione di firme. Sono stati organizzati decine di eventi in tutto il Paese, in una mobilitazione sempre più vasta sotto lo slogan "Fermare il colpo di Stato, difendere la democrazia". "Non possiamo affidarci soltanto ai tribunali o all’iter parlamentare. Abbiamo tutti il dovere di alzarci in piedi e farci contare", afferma il gruppo anti Brexit "Another Europe". A Boris non resta che alzare ancora la posta: "Più si tenta di bloccare il no-deal e più il no-deal si avvicina".
01.09.2019


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