L'analisi
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Scandalosi sono i fatti
e non chi li racconta
LUCA ALLIDI, LEGALE DEL CAFFÈ


La vicenda giudiziaria Clinica Sant’Anna-Il Caffè (il processo penale contro quattro giornalisti, accusati di diffamazione e concorrenza sleale in relazione ad un’inchiesta giornalistica condotta su un clamoroso caso di malasanità: uno scambio di paziente in sala operatoria) si è finalmente conclusa. La sentenza del Giudice della Pretura penale Siro Quadri, che ha assolto i quattro giornalisti del Caffè, è ora definitiva. Al di là della vicenda concreta, quella sentenza tocca temi importanti. Richiama principi fondamentali della giurisprudenza del Tribunale federale e della Corte europea dei diritti dell’uomo in materia di libertà di stampa e concorrenza sleale. Ma, soprattutto, quella sentenza insegna a distinguere, a restituire alle parole il loro vero significato.
La realtà, forse, è molto più semplice di come ce la stiamo raccontando. E il pubblico, chi guarda, chi legge, non ha bisogno dell’interprete. Meno ancora del tutore. No, non esistono le "campagne stampa denigratorie". Esiste raccontare la verità oppure raccontare bugie. Esiste indagare ed informare su fatti di interesse pubblico. Oppure non farlo. Non esiste l’"accanimento giornalistico". Esiste approfondire, porsi e porre interrogativi, cercare risposte, anche con caparbietà. Oppure non farlo: accontentarsi della prima risposta, delle apparenze. Un’altra cosa non esiste: "fare dell’allarmismo".
Esistono, quelli sì, i fatti e le verità allarmanti. Ed esiste il dovere di raccontarli comunque. Sì, perché "la stampa è tenuta ad informare su tutte le questioni di interesse pubblico e generale; il dovere di cronaca non vale soltanto per le notizie accolte con favore o considerate come inoffensive, ma anche per quelle che urtano, scioccano o inquietano: così lo vogliono il pluralismo, la tolleranza, lo spirito d’apertura, senza i quali non esiste società democratica". Lo ha scritto la Corte europea dei diritti dell’uomo, non l’associazione dei giornalisti allarmisti.
In altre parole, in una società democratica il cittadino non può e non deve essere trattato come un bambino, cui certe verità non bisogna assolutamente raccontarle, sennò poi magari si spaventa. Del resto si sa, da che mondo è mondo, la censura ha sempre avuto mille buone giustificazioni e chi l’ha promossa l’ha sempre chiamata con un altro nome... La Corte europea ci insegna un’altra cosa interessante: neppure i "processi a mezzo stampa" esistono. Esistono i tribunali, il cui compito è quello di decidere, assolvere o condannare. E poi esiste la stampa, il cui compito è quello di informare. Anche in merito all’amministrazione della giustizia. Perché "non è pensabile - scrive la Corte europea - che la giustizia operi ‘sotto vuoto’. Se la stampa non può dibattere e in modo critico delle vicende giudiziarie, come si può garantire al cittadino che la giustizia funziona correttamente?".
Qualcuno, con una battuta, ha fatto notare che lo scambio di paziente alla Sant’Anna ha fatto più imputati (ora, per fortuna, tutti assolti) nella redazione del giornale che ha raccontato il fatto, piuttosto che nella clinica dove il fatto è avvenuto. Ma è una vecchia storia. Quando un dito indica la luna sono sempre in molti a fermarsi a guardare il dito. Un fatto accade. Un giornale lo racconta. Nulla di strano. E invece... E invece il dibattito segue a volte (spesso) traiettorie e logiche curiose. Non si concentra sui fatti. Ma sul perché e il percome quei fatti sono stati raccontati. Alle inchieste giornalistiche del Caffè è capitato spesso. Non sono i fatti ad essere scandalosi, ma il giornale che li racconta ad essere scandalistico. È l’obeso che se la piglia con la bilancia…
03.11.2019


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