Viaggio a Tripoli, città devastata da guerra e disperazione
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La storia di Leo
che salva i migranti
FILIPPO ROSSI DA TRIPOLI


Tripoli, Libia. Crocevia di intere generazioni di profughi in fuga. Qui, dove dal 2011 si combatte la guerra civile, è caccia al migrante: migliaia sono stati catturati, torturati e obbligati a pagare riscatti improponibili per salvarsi. Succede ancora oggi, sotto gli occhi degli stati europei che finanziano e riconoscono il Governo di accordo nazionale (Gna) guidato da capi di milizie spietate e assetate di potere e soldi. Ne sa qualcosa Leo, 50 anni, arrivato qui dal Camerun. Oggi lavora in una piccola compagnia edile, si occupa di decorazioni d’interni per negozi. "Quando sono giunto a Tripoli era il  2005, c’era ancora Gheddafi - racconta Leo - e non c’era tutto il caos di oggi. I migranti erano sì sfruttati ma non venivano torturati nei centri illegali".
Leo racconta la sua vita seduto in un caffè nel centro di Tripoli. "Ho appeso la maglietta di Ronaldinho al chiodo tanti anni fa. Nel 2009 sono tornato in Camerun per farmi curare dopo un brutto incidente. Ma volevo subito ripartire. Era più forte di me". Sulla via del ritorno è giunto in Niger, tappa precedente alla Libia e altro passaggio obbligato del viaggio verso l’Eldorado europeo. Qui la sua vita prende una brusca sterzata: "Nel villaggio di Dirkou, non lontano dalla frontiera con la Libia, vedevo la gente del posto che viveva con poco, ma era felice. Una vita semplice ma onesta. Ho riflettuto a fondo sulla nostra voglia di continuare ossessivamente a cercare soldi, il benessere materiale. È così che ho cominciato a vivere diversamente".
Leo è ritornato a Tripoli nel 2012. Gheddafi era morto e il Paese era in piena guerra civile. "I migranti - continua Leo - cominciavano a soffrire per gli abusi delle bande criminali. Oggi tutto gira in base ai soldi, non c’è vero razzismo. Un giorno una famiglia mi ha chiamato dal Camerun chiedendomi se potessi scoprire dove fosse finito il figlio, scomparso in Libia. Mi hanno dato il nome e una foto e ho cominciato a chiedere. L’ho ritrovato in un centro illegale e ho mandato un suo messaggio vocale alla famiglia per confermare che fosse veramente lui. Chi lo aveva imprigionato chiedeva soldi, 1’350 dinari libici (circa 1’000 franchi all’epoca). Dopo il pagamento l’hanno liberato ed è venuto a stare da me finché non si è ripreso completamente. Oggi è ancora in Libia, non è partito in viaggio per l’Europa".
Da quel momento Leo ha deciso che questa sarebbe stata la sua missione: salvare giovani migranti dalle mani di criminali o dai centri di detenzione. "La gente mi chiama. Quando riesco, pago con i miei risparmi. A volte chiedono troppi soldi e così devo contattare le famiglie nei paesi di origine. Dopo averle liberate e ospitate alcune di queste persone sono ripartite senza nemmeno dirmi grazie. Questo mi ferisce. A volte vorrei smettere, poi penso che queste persone sono così perché vivono traumi forti". Dal 2012 a oggi Leo è diventato un vero e proprio simbolo e punto di riferimento nella comunità sub sahariana in Libia. Ormai ha creato una rete di contatti che gli permettono di muoversi rapidamente. "A volte devo fare intervenire le ambasciate dei paesi delle vittime, che chiaramente vogliono la loro tangente. Questo quando tratto con i centri di detenzione del Gna. Con i criminali, invece, parlo con dei sub sahariani che collaborano con i libici. Mi reindirizzano su conti ghanesi o nigeriani, quando si tratta di versare i soldi. Impossibile rintracciarli in questo modo". Leo in Camerun oggi è accolto come un eroe da famiglie e interi villaggi. "Vorrei - conclude - avere più mezzi per fare di più".
09.02.2020


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