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Le indagini sulle 'false' operazioni e gli anziani morti
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Storie di malasanità
...nel dimenticatoio
R.C.


Di effetti collaterali ce ne sono stati e ce ne saranno tanti. La pandemia oltre ai danni sanitari e ai lutti provocati, causerà infiniti problemi sociali ed economici. Ma ci sono anche degli "effetti desiderati", per così dire, che il "rallentamento" di ogni attività ha inevitabilmente portato. Alcuni temi politici sono passati in second’ordine. Così anche qualche inchiesta che da febbraio è finita nel dimenticatoio, quantomeno dell’opinione pubblica.
Erano due le vicende importanti aperte da diversi mesi in Ticino. Il caso dell’infermiere accusato di aver ucciso 17 pazienti all’ospedale di Mendrisio, alterando il dosaggio di alcuni farmaci. L’altra inchiesta penale - di cui si è saputo solo alla fine dello scorso agosto, in seguito ad un servizio del Caffè -, è quella delle sospette "false" operazioni di un neurochirurgo all’Ars Medica di Gravesano.
A che punto sono? Tutto è rallentato. Anzi, tutto apparentemente sembra essersi fermato a inizio anno.
r.c.


Decessi in corsia a Mendrisio
In due sotto inchiesta penale nell’attesa di una perizia sull’alterazione dei farmaci
Le ultime notizie risalgono a questi giorni. Finalmente, dopo due-tre mesi di ping-pong tra le parti, sono stati scelti i nomi dei cinque periti a cui è affidata l’analisi dei 17 decessi  (pazienti anziani e ad uno stadio terminale) di cui è accusato, ormai da quasi un anno e mezzo, un infermiere 46enne che lavorava all’ospedale di Mendrisio. La perizia medica è stata affidata al Centro universitario romando di Medicina legale, a Losanna, a cui ormai dalla fine dello scorso giugno si era rivolto il procuratore pubblico Nicola Respini, titolare della complicata inchiesta.
È passata invano l’estate, l’autunno e l’inverno. Anzi, a inizio dicembre la Corte ticinese dei reclami penali, in merito a un ricorso sul caso, aveva sottolineato il lungo tempo trascorso, il ritardo della risposta di Losanna e il mancato sollecito della procura.
Ora il gruppo di periti sembra essere definitivo, così pure le domande peritali. Quelle indicate in giugno dal procuratore Respini erano cinque.
1 – Sulla base delle cartelle mediche si possono stabilire le cause del decesso dei 17 pazienti?
2 – È possibile stabilire se la somministrazione dei farmaci abbia casualmente o concasualmente determinato il decesso dei pazienti o ne abbia acellerato la morte?
3 – La somministrazione dei farmaci era corretta rispetto alla condizione clinica dei pazienti?
4 – È possibile stabilire, anche sulla base della dichiarazione dei parenti, se i decessi siano stati lineari o determinati dall’intervento di terze persone?
5 – Sono necessari ulteriori accertamenti?
Lo scontro tra la difesa e il magistrato in questi mesi è stato non solo sulla composizione del gruppo di periti (quali specializzazioni sono più opportune per affrontare la vicenda?), ma anche sulle domande peritali. In questi giorni sembra che un’intesa sia stata trovata.
Le parti in causa non sono solo due. Non c’è solo il procuratore Respini e l’avvocato difensore dell’infermiere, Micaela Antonini Luvini, ma anche il legale di un secondo infermiere sotto accusa. Letizia Vezzoni. Difende una giovane infermiera accusata di tentate lesioni gravi. Vittime delle sue azioni, secondo gli atti ufficiali dell’inchiesta, sono tre dei 17 pazienti la cui morte è imputata all’infermiere.
Che gli infermieri sotto inchiesta fossero due lo ha rivelato il Caffè all’inizio di febbraio. Chiedendo anche come mai l’infermiere sin da subito fosse stato licenziato e l’infermiera fosse ancora al suo posto. Sull’edizione del Caffè del 2 febbraio il direttore generale dell’Ente ospedaliero cantonale, Giorgio Pellanda, rispose così: "Quando nemmeno due settimane fa abbiamo indetto una conferenza stampa sulla vicenda, abbiamo comunicato ciò che ci era e ci è dato tuttora di sapere. Ovvero, nella vicenda c’è solo una persona, l’infermiere sotto inchiesta. Ogni decisione è stata presa alla luce degli atti a cui abbiamo avuto accesso. Non tutti. Se dovessero emergere novità agiremo di conseguenza".
Da allora, tempo tre settimane, anche in Ticino è scoppiato il "pandemonio". È arrivato il coronavirus a imporre nuove priorità.


Interventi "fasulli" a Gravesano
Il neurochirurgo al lavoro mentre dall’Italia si aspetta il rapporto di due esperti
Era metà gennaio 2020 quando la magistratura ha affidato una perizia medica a due professionisti italiani per la vicenda delle "false" operazioni di un neurochirurgo alla Clinica Ars Medica di Gravesano. Si tratta di due professionisti lombardi. Esattamente un mese dopo nella provincia al confine col Ticino è scattata la "zona rossa". L’allarme pandemia. Gradualmente tutto intorno a Milano si è fermato. Così forse anche la perizia commissionata dalla procuratrice Marisa Alfier.
Il caso è quello clamoroso del neurochirurgo che è stato segnalato dall’ospedale Civico di Lugano e dal Medico cantonale alla procura. C’è il forte sospetto, è stato scritto alla magistratura, che siano state effettuate delle false operazioni. La prima denuncia era partita dal Medico cantonale l’8 febbraio del 2019. Via via ne sono arrivate altre tre sino a luglio. A cui si sono aggiunge nei mesi successivi decine e decine di segnalazioni di privati cittadini che erano stati operati in tempi differenti dal neurochirurgo. Le operazioni in questione riguardano interventi alla schiena per la decompressione di nervi. Interventi delicati e importanti dato il dolore persistente che i pazienti accusano.
L’assegnazione della perizia a due professionisti italiani ha destato e desta tuttora alcune perplessità, si commenta nell’ambiente medico. Perché non restare all’interno dei confini svizzeri? Evitando sì potenziali "conflitti" con il Neurocentro del Civico di Lugano (da cui sono partite le segnalazioni) e con altre cliniche del gruppo a cui appartiene Ars Medica, ma facendo in modo che i criteri di analisi fossero gli stessi adottati dal Neurocentro che ha dapprima coinvolto il medico cantonale e conseguentemente fatto arrivare la vicenda in procura.
Il neurochirurgo, come si ricorderà, allo scoppio del caso dopo la pubblicazione della notizia sul Caffè, è stato inizialmente sospeso dalla clinica. Successivamente, dopo qualche settimana, è ritornato alla sua attività in attesa sia dell’esito dell’inchiesta penale ma anche delle decisioni della Commissione sanitaria di vigilanza e quindi anche del Medico cantonale che, al più tardi nel novembre 2019, aveva iniziato una propria inchiesta sul caso. Non c’è stata comunque alcuna decisione ufficiale sulla sospensione o meno del professionista. Il medico ha continuato e continua tuttora ad operare.
Nel frattempo, siamo alla metà dello scorso febbraio, il professor Michael Reinert, primario del servizio di neurochirurgia del Neurocentro al Civico, ha lasciato l’incarico. Ufficialmente per motivi familiari, ma alle spalle anche un dissidio sulla gestione della vicenda. Reinert chiedeva più fermezza nella denuncia. Tutto era partito da alcuni pazienti che, insoddisfatti dell’esito delle operazioni effettuate all’Ars Medica, si erano rivolti al Neurocentro, appunto. Lo scorso febbraio, esattamente un anno dopo la prima denuncia del Medico cantonale, è arrivato il coronavirus e le priorità sono cambiate.
17.05.2020


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