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È una corsa alla geolocalizzazione dei contagiati ma...
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Paese che vai app che trovi,
così si insegue coronavirus
MAURO SPIGNESI


Paese che vai, applicazione che trovi. Davanti a una pandemia che ha mostrato il mondo sempre più interconnesso, globalizzato, la risposta tecnologica per monitorare il coronavirus arriva in ordine sparso. Ogni governo ha voluto un suo programma di tracciamento. Nei 27 Paesi dell’Unione europea 12 hanno già sviluppato uno strumento di "contact tracing", gli altri sono ancora in fase di studio. La Svizzera, dopo il sì di "Mister dati" ha dato il via libera al test-pilota. Il progetto è sviluppato dai politecnici federali di Losanna e Zurigo. L’obiettivo di fondo, per tutti, è quello di avere strumenti omogenei per accompagnare la "fase due" e per avere standard sicuri e simili in modo che una volta riaperte le frontiere ci possa essere uno scambio di dati sanitari.
E così c’è chi ha deciso di raggruppare le informazioni registrate dalle App in un server centrale per poi essere elaborate, chi ha invece scelto un regime decentralizzato di scambio di informazioni attraverso buetooth che restano sui telefonini. Ma alla fine quello che è emerso sono due filosofie di approccio: quella centralizzata e quella decentralizzata. "In questi mesi sono state sviluppate diverse applicazioni per il tracciamento dei contagi Covid-19", spiega Siro Migliavacca, esperto in sicurezza informatica e coordinatore dell’Osservatorio Privacy Ticino, legato all’Ated l’associazione che si occupa di tecnologie. "È emerso da subito - aggiunge - il tema del rispetto della privacy e delle leggi sulla protezione dei dati personali, perché le prime applicazioni prevedevano la rilevazione e l’utilizzo di dati personali come la temperatura corporea, la frequenza del battito cardiaco e la geolocalizzazione. Di conseguenza in tanti Paesi come la Svizzera, è stato deciso di sviluppare applicazioni che non facciano uso di tali dati sulla salute e sulla posizione della persona, ma di utilizzare dati "anonimi" che i telefoni si scambiano via bluetooth".
Fra i tanti progetti, la Germania, il Paese che aveva più dubbi, sembra orientata verso un sistema decentrato. La Polonia sfrutta sempre bluetooth ma aggiunge una sorta di diario del paziente e un profilo Internet collegato alla tessera del sistema sanitario nazionale. La Francia ha elaborato un sistema complesso, con centinaia di "angeli custodi" che andranno a compilare il percorso di un malato attraverso dati medici personali di chi risulta positivo da analisi di laboratorio. La Spagna ha puntato sulla autodiagnosi e su WhatsApp per fornire notizie e aggiornamenti. Il Regno Unito ha messo a punto un software con dei semafori: rosso se una persona risulta positiva al test.
L’Italia alla fine ha scelto Immuni, una App che traccia i contatti in maniera anonima attraverso bluetooth.
"La completa privacy è garantita - spiega ancora Siro Migliavacca - se i sistemi centrali che raccolgono i dati dai telefonini non sono in grado, neanche attraverso opportune interrelazioni tra i dati raccolti e anche altri dati, di individuare le persone. E questo viene garantito dall’applicazione che verrà utilizzata in Svizzera, perché una delle caratteristiche del sistema è proprio quella di evitare che le informazioni relative ai contatti tra persone vengano registrate su server centralizzati; i dati saranno memorizzati direttamente e soltanto sui cellulari di chi scaricherà l’App. Ai sistemi centrali verranno trasmesse soltanto chiavi anonime, anche in relazione agli utenti che sono risultati positivi ai test del virus".
Secondo Alberto Redi, esperto di sicurezza informatica e titolare della Security Lab di Lugano, "è pur vero che in Svizzera il cittadino si fida dello Stato e delle sue istituzioni ma dubito che questa App possa funzionare. Un programma così ambizioso non si può basare sulla volontarietà. E poi è vero che quando ci iscriviamo a un canale social la nostra privacy è compromessa ma una cosa è Facebook o Twitter, un’altra è un sistema istituzionale".
mspignesicaffe.ch
17.05.2020


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