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L'analisi di Giuliano Bonoli dell'Università di Losanna
La solidarieta svizzera
non risolve tutti i problemi
GIULIANO BONOLI, UNI LOSANNA


A due mesi dall’inizio del lockdown, con una situazione sanitaria in netto miglioramento, assistiamo in Svizzera all’emergere delle conseguenze economiche e sociali della pandemia. A Ginevra, ogni fine settimana, migliaia di persone si mettono in fila per ricevere una borsa della spesa riempita di generi di prima necessità. In altre città assistiamo a fenomeni simili. Si tratta di situazioni fino a due mesi fa inimmaginabili in un Paese ricco come la Svizzera.
In tempi normali, in effetti, la Svizzera dispone di un buon sistema di protezione sociale. Assicurazioni sociali e assistenza permettono allo stato di portare un aiuto finanziario laddove questo è necessario. Tuttavia, non tutti i cittadini sono protetti allo stesso modo. La crisi sanitaria non ha fatto che mettere in evidenza alcune lacune del nostro stato sociale. Le persone che si ritrovano in grande difficoltà economica appartengono infatti a gruppi della popolazione poco per niente protetti dallo stato sociale. Si tratta di titolari di piccole imprese, genitori che non possono lavorare perché devono occuparsi dei loro figli, lavoratori atipici che in tempi normali accumulano ore di lavoro qua e là, ma non abbastanza per avere diritto all’assicurazione disoccupazione, e, ovviamente, i lavoratori irregolari.
La Confederazione ha reagito rapidamente introducendo misure che estendono la copertura sociale ad alcuni di questi gruppi, essenzialmente i lavoratori indipendenti. Queste misure hanno sicuramente permesso di attenuare l’impatto economico e sociale della crisi, ma non risolvono tutti i problemi. Ad esempio, molti indipendenti si ritrovano penalizzati da un sistema di conteggio dei contributi basato sul reddito previsto invece che effettivo, una penalizzazione difficile da capire, dovuta a logiche burocratiche e che andrà aggiustata. E poi, soprattutto i lavoratori non dichiarati, che non beneficiano di alcun sostegno ufficiale.  
Probabilmente, si dovrà fare di più. Ma fino a dove andrà la solidarietà dei cittadini svizzeri? Un sondaggio realizzato dall’Università di Losanna su un campione di 1’535 persone (www.unil.ch/idheap/Covid-survey) indica una grande disponibilità ad aiutare in generale. In effetti, il 98.5% del campione sostiene almeno una forma di aiuto.  Le risposte sono più contrastate se ci si sofferma su chi, secondo il nostro campione, va aiutato in priorità e su come bisogna aiutare.
Una prima distinzione importante riguarda lo statuto, dichiarato o meno, del lavoratore bisognoso di aiuto. Tra tutti i fattori presi in considerazione, lo statuto irregolare è quello più penalizzante. Secondo il nostro campione, i lavoratori irregolari rappresentano l’ultima priorità tra le persone che vanno aiutate. Si direbbe che la gravità della crisi non abbia indotto una più grande tolleranza nei confronti de persone che lavorano nel sommerso. Altri fattori giocano un ruolo meno importante nel definire le priorità. Il fatto di avere figli a carico ha un impatto positivo e la nazionalità straniera negativo.
Anche riguardo il tipo di aiuto le opinioni divergono. La maggior parte del campione predilige vari tipi di prestiti. Il 30.6% sostiene la variante adottata dal Consiglio federale: prestito di 5 anni senza interessi. Un prestito con un tasso di interesse di favore viene scelto dal 24.5%, mentre il 18.5% vorrebbe un prestito da restituire solo se gli affari si saranno ripresi. La variante aiuto a fondo perso è privilegiata invece da solamente un quarto del campione (24.4%). Tutto sommato, gli svizzeri sembrano sostenere la politica del Consiglio federale.
La Svizzera ai tempi del Covid è quindi una Svizzera solidale, con un governo che ha saputo reagire rapidamente ad un’emergenza totalmente imprevista. La solidarietà, però, ha dei limiti, anche in un periodo eccezionale come questo.
23.05.2020


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