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L'incredibile storia dell'ex infermiere accusato di 17 morti
"I dosaggi dei farmaci
sono stati ininfluenti"
R.C.


In una valigia, tra la biancheria intima e una ciotolola per il gatto, gli investigatori hanno trovato scatole di medicinali. Su un tavolo, nella sala vicino all’ingresso dell’apparamento, c’era una borsa colma di altri farmaci e di vecchie ricette. Cymbalta, Rivotril, Surmontil… Una quantità infinita di medicine. L’ansia non si cura dall’oggi al domani e così provo ad assumere alcuni farmaci - spiega l’infermiere agli investigatori la mattina in cui lo portano da casa alla gendarmeria di Chiasso -, se non funzionano li cambio. Ansiolitici, antidepressivi… Medicine assunte da dieci anni ma senza essere mai stato in cura da uno psicologo o da uno psichiatra. Come è possibile? Agli ispettori di polizia che il mattino del 5 dicembre 2018 lo interrogano, il 45enne spiega che quelle medicine inizialmente gliele prescriveva il suo medico di fiducia, successivamente, aggiunge dinanzi allo stupore di tutti, "lavoravo su me stesso. I medicinali tolgono i sintomi ma non le cause. Poi sei tu che devi lavorare su te stesso".
L’infermiere è all’occorrenza psicologo e psichiatra di se stesso. La meraviglia degli ispettori cresce e si moltiplicano le domande sul perchè e sul per come così tante medicine. Tanto che l’avvocato difensore, Micaela Antonini Luvini, interviene perché l’interrogatorio ritorni sui binari dei reati contestati, i maltrattamenti. Questa non è un’inchiesta sullo spaccio di farmaci, dice seccata.

I ventidue anni di professione
L’infermiere ha una risposta ad ogni domanda. Torna a ritroso negli anni, racconta le sue ansie, le sue sofferenze. Spiega come da tempo cerchi di contenere la depressione. Spiega come sia diventato medico e infermiere di se stesso. Parla dei suoi ventidue anni di professione e risponde punto per punto alle contestazioni degli ispettori di polizia. Contestazioni nate dalla denuncia dell’allievo soccorritore che aveva lavorato con lui due giorni, due soli giorni a metà ottobre.
La paziente della camera 107? Entrata in ospedale l’11 ottobre scorso e morta il 18 dello stesso mese? No, l’imputato dice di non ricordare. Rammenta però, spiega agli investigatori, che con quell’allievo soccorritore aveva lavorato per un paio di giorni. Lo "stagiaire" non conosceva i pazienti e quindi se ne stavano spalla a spalla tutte le volte che entravano in una camera. "Vedevo come lavorava. Sono io l’infermiere e valuto come lavora. Non è lui a valutare me", sottolinea quasi a voler  rimettere in ordine, agli occhi degli investigatori, competenze e ruoli.
A metà mattinata, poche ore dopo l’inizio dell’interrogatorio l’imputato sembra intuire quali sono le accuse dell’allievo soccorritore. Tutto messo nero su bianco qualche settimana prima. Capisce e dà una spiegazione ad ogni critica, ad ogni appunto.
Il lavoro in ospedale è frenetico, dice, "manca personale, i pazienti hanno sempre più malattie, siamo in pochi e dobbiamo lavorare con la migliore qualità possibile… in un tempo adeguato". Ecco perché, è questa la sua spiegazione per quei modi così sbrigativi, quel giorno di ottobre ho detto all’allievo soccorritore di "mettere il turbo". Il carico di lavoro è sempre alto, così ricorda a chi lo sta interrogando, e non avendo esperienza quell’allievo talvolta sbagliava. Sbagliava addirittura la preparazione delle pastiglie, aggiunge evidentemente per metterlo in cattiva luce. "Mi chiedo come potesse lavorare in ambulanza una persona del genere".
L’infermiere respinge ogni appunto critico messo a verbale dallo "stagiaire". Contesta ogni dettaglio anche in relazione a quella che si può definire la "paziente uno" della vicenda che lo ha visto protagonista. E ai poliziotti spiega, entrando così nel cuore di quella che in seguito sarà l’accusa più pesante, quali sono a suo dire le condizioni che autorizzano un infermiere a somministrare un "bolo" di medicinali "in riserva". Vale a dire milligrammi in più per situazioni di necessità, cioè oltre il normale dosaggio prescritto dal medico.
Sull’argomento l’inputato è sicuro del fatto suo e agli investigatori elenca quelle situazioni che, secondo le sue convinzioni e la sua esperienza, giustificano l’infusione di una dose di riserva. "Quando un paziente è agonizzante, ha una forte dispnea, ha problemi respiratori perché… magari ha un tumore polmonare". Ma non solo. "Succede - aggiunge - che il paziente possa aver paura di chiudere gli occhi temendo di non risvegliarsi più. Ecco, il medico prescrive questi medicinali per affrontare l’angoscia dei pazienti".
Ai due ispettori che lo interrogano, rileggendo di tanto in tanto quanto dichiarato dallo "stagiaire", l’infermiere dice con sicurezza che nel suo lavoro, per oltre vent’anni specifica, si è "sempre basato su questi principi. Ho fatto così anche con mio padre. Non l’ho fatto soffrire. Mi sono messo d’accordo con il medico per potergli dare giuste dosi di dormicum e morfina". Non nega, dunque, di aver dato "boli in riserva" , di aver somministrato farmaci per alleviare il dolore.

Le sue spiegazioni
Non nega e aggiunge, quasi come un fiume in piena…"l’infermiere dà un ‘bolo’ quando vede un paziente star male, quando si accorge che fatica a respirare. La morfina toglie sofferenza. Io credo, da un punto di vista etico, che un paziente non debba soffrire e se un medico mi dà l’ok… io do un bolo di dormicum o di morfina".
Già, "se un medico mi dà l’ok"! Dalle carte però non risulta alcuna autorizzazione.
Qualche minuto prima gli investigatori avevano mostrato all’infermiere, sullo schermo di un computer, i dati registrati dalle due pompe siringa messe accanto al letto della "paziente uno". Infusioni di dormicum e di morfina nei giorni 16, 17 e 18 ottobre 2018. Vale a dire il giorno della morte, avvenuta attorno alle 13. In totale dieci infusioni. Dalle 9.55 del 16 ottobre alle 8.17 del 18. Così si legge sul monitor del computer.
Alcuni dosaggi parrebbero essere eccessivi e troppo frequenti. Forse troppo ravvicinati fra loro. Soprattutto quelli della mattina del 17 ottobre. Ma anche quelli del giorno successivo, dalle 7.20 alle 8.17. Vale a dire quasi cinque ore prima la morte della "paziente uno".
Esiste un nesso di causalità fra quei dosaggi, poco più di 3 millilitri nell’arco di un’ora, e la morte della donna? Stando ad alcuni studi registrati nella letteratura scientifica, un legame di causalità potrebbe esistere solo se la morte interviene poco tempo dopo la somministrazione di dosi massicce, 20/30 milligrammi di morfina o dormicum. Un’ora, poco più o poco meno.

Le prescrizioni mediche
La mattina del 5 dicembre 2018 in quel primo interrogatorio, all’imputato viene ricordato che la prescrizione per i "boli" di farmaci "in riserva" era chiara. Chiarissima per quanto riguardava la "paziente uno". E cioè: "Dormicum, 1 milligrammo massimo all’ora. Morfina, 2 milligrammi massimo all’ora".
Gli ispettori gli fanno notare che i dosaggi prescritti non sono stati rispettati in più occasioni. Perché? L’infermiere non risponde. O meglio, dice di non avere una risposta, aggiunge che potrebbe essere stato chiunque a somministrare quei "boli" extra registrati dalla pompa siringa. Anche l’allievo soccorritore, dice.
Il suo imbarazzo è evidente.
Gli investigatori lo incalzano e gli chiedono: quale può essere la conseguenza di somministrazioni di dormicum e di morfina con dosaggi fino a due volte e mezzo superiori a quelli prescritti? Quali possono essere le conseguenze di somministrazioni troppo ravvicinate in una persona nelle condizioni della "paziente uno"? Nessuna, risponde l’infermiere, la tranquillizzano e basta. "Non sono un medico, ma un milligrammo di morfina su una paziente terminale non ha alcun effetto".  (1. continua)
27.06.2020


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