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Tutti dubbi nel caso dell'infermiere accusato di omicidio
Giallo nella camera 107,
quella della "paziente uno"
R.C.


Chi avrebbe potuto immaginare che quel giovedì 11 ottobre 2018 sarebbe stata la prima stazione di una Via Crucis senza fine!? Non solo per il dolore dei familiari dei pazienti - che sino all’inizio dell’inchiesta nulla sospettavano -, non solo per lo strazio e la confusione dei colleghi di lavoro. Una Via Crucis senza fine perché la vicenda processuale non vedrà mai né un’assoluzione né una sentenza di condanna. Non vedrà mai né l’una né l’altra cosa, sebbene per tre dei 17 morti imputati all’uomo è tuttora sotto inchiesta anche una sua giovane collega. Non è accusata di omicidio intenzionale ma di tentate lesioni gravi. Tentate lesioni gravi nonostante… Ma questa è un’altra storia di cui parleremo in seguito.
Torniamo a giovedì 11 ottobre 2018. Al Beata Vergine di Mendrisio viene ricoverata una donna di 96 anni. Fatica a respirare, ha la polmonite. In ospedale arriva in ambulanza.
Il calvario inizia quel giorno. Perché lei, l’anziana 96enne, è la "paziente uno" di un intreccio insensato e inquietante.
Da un lato l’attitudine di chi lavora in corsia, specie se a contatto con malati terminali, ad esorcizzare la fine della vita con frasi e atteggiamenti talvolta riprovevoli. Dall’altro lato il dolore dei pazienti e la disperazione dei loro familiari. Nel mezzo, tra l’una e l’altra cosa, sta la medicina. Milligrammi di morfina e di dormicum alleviano le pene di chi si avvicina alla fine. Sebbene l’accelerano inevitabilmente. Lo sanno i medici, lo sanno gli infermieri. Ma non sono certo pochi milligrammi a determinare la morte. Non due o tre... nemmeno su un anziano ammalato, ha spiegato al Caffè, chi ogni giorno in ospedale è confrontato con simili situazioni.

I trecento pazienti
L’imputato era un professionista che con la morte pareva averci fatto il callo. A chi lo ha interrogato, qualche ora dopo il fermo all’inizio di dicembre 2018, ha spiegato che in ventidue anni di lavoro aveva accompagnato alla morte almeno trecento pazienti. Ha detto proprio così, trecento pazienti. E non per nulla aveva seguito corsi di medicina palliativa.
Quell’11 ottobre è però l’inizio della Via Crucis e l’infermiere, che da tempo lavorava nel reparto di Medicina1, non poteva immaginare che quella 96enne avrebbe rappresentato l’inizio della fine. I trecento pazienti terminali che aveva alle spalle sarebbero diventati altro, nulla rispetto alla "paziente uno".
Alla figlia dell’anziana signora il giorno dopo il ricovero un medico aveva detto che probabilmente la mamma non sarebbe riuscita a superare il fine settimana. Le aspettative di vita non erano che di poche ore. Ma sorprendentemente, data la sua "forte fibra", è andata avanti qualche giorno ancora. Ha sfidato l’evidenza medica, le previsioni, i parametri vitali compromessi. Poi, tra il 17 e il 18, le sue condizioni si aggravano. Ed è proprio in questo lasso di tempo che per l’infermiere accade qualcosa di irreparabile. Una svolta che farà nascere i primi sospetti sui suoi comportamenti. Dapprima una segnalazione alla direzione dell’ospedale, poi alla magistratura. Per arrivare al suo arresto qualche settimana dopo, il 5 dicembre.
È stato fermato sulla base di accuse, sì pesanti per chi come lui è chiamato a dare sollievo agli ammalati, ma non così pesanti quanto il reato di omicidio intenzionale, contestatogli due mesi dopo.
Il 5 dicembre il 45enne era sospettato "solo" di coazione, vie di fatto, lesioni semplici... Detto diversamente, maltrattamenti ai danni di alcuni anziani pazienti. Niente però a che vedere con l’omicidio intenzionale.

L’inizio della fine
Torniamo all’inizio della fine, a quel 17 ottobre 2018. È un mercoledì e all’infermiere viene affiancato per lo stage un allievo soccorritore. Allievo nonostante i suoi 34 anni. Lavoreranno per soli due giorni fianco a fianco ma tanto basterà allo "stagiaire", racconterà così, per essere sorpreso e sconcertato da come l’infermiere trattava i pazienti. Era grezzo e brusco dirà agli investigatori.
Accadeva soprattutto, così ha raccontato, quando al mattino li lavava, quando li aiutava per i bisogni corporali… ma anche quando, si è verificato una volta in quei due giorni, occorreva trasportare dalle corsie del reparto alla camera mortuaria chi poco prima era morto attorniato dai parenti.
Il 17 ottobre l’allievo soccorritore incontra l’infermiere a cui era stato affiancato. Quel giorno è la seconda volta che con lui scambia qualche parola. Era successo settimane prima in occasione di un turno, un unico turno di lavoro insieme. Dunque, quel 17 ottobre si conoscevano appena.
Il lavoro inizia presto, alle 7. I due non si suddividono i pazienti per l’igiene del mattino. Lavorano insieme e iniziano dalla camera 107. È quella dove è ricoverata la "paziente uno", la 96enne arrivata in ospedale una settimana prima. Non aveva solo una polmonite. La sua cartella clinica era chiara: malata terminale per un tumore. Non per nulla accanto al letto erano piazzati due apparecchi, si chiamano pompe siringa, per l’iniezione di morfina e di dormicum.
Inizia il lavoro per l’igiene, l’infermiere procede da solo e dice all’allievo di seguirlo attentamente. È in questo momento, dopo solo una manciata di minuti, che all’allievo iniziano a sorgere i primi interrogativi. Nella sua segnalazione alla direzione - perché è lui la persona che ha fatto scattare ogni allarme, è lui l’inizio della fine - qualche giorno dopo spiegherà che l’infermiere, suo "tutor" per soli due giorni, aveva modi bruschi, grezzi, inappropriati. E con l’unico scopo, dirà nella denuncia, di terminare il lavoro il più in fretta possibile.
Ma come? Per vent’anni nessuno s’era lamentato di quell’infermiere, se non che fosse disordinato e un po’ pasticcione, e ora, d’un tratto… uno "stagiaire" ribalta ogni analisi, ogni valutazione sulla sua professionalità!?
I dettagli del racconto fatto dall’allievo soccorritore inquietano la direzione dell’ospedale e la magistratura un mese dopo. Ma sin qui… sin qui si tratta "solo" di comportamenti gravi (modi bruschi, sgarbati, frettolosi) che nulla hanno a che vedere con le paurose accuse di omicidio intenzionale. Quella mattina, la mattina del 17 ottobre, l’igiene della "paziente uno" secondo lo "stagiaire" sarà durata sì e no dieci minuti. La metà del tempo solitamente necessario, spiegherà agli investigatori l’allievo.
Ma qualcuno s’era mai accorto di queste anomalie?
Di regola durante il ricovero della mamma, ha ricordato la figlia della paziente 96enne, ad accudirla erano delle infermiere. "Solo in qualche caso ho visto degli uomini. Erano due". Tuttavia, ripercorrendo quei giorni, non gli è tornato alla mente alcun episodio che potesse far pensare a dei maltrattamenti. Anzi. "Erano tutti gentili".
Le due macchinette per l’infusione di morfina e dormicum accanto al letto, erano ovviamente state notate dai parenti dell’anziana. Sapevano di che si trattava, sapevano che ogni somministrazione era programmata e che al primo bip, al primo suono di allarme della pompa siringa avrebbero dovuto chiamare qualcuno del personale infermieristico. Altro non ricorda la figlia dell’anziana paziente, se non il fatto che l’ultima volta che le era stato somministrato del dormicum, il 18 ottobre, la mamma… "era tranquilla". Come dire… che bisogno c’era?!
È verso la fine della giornata, nel tardo pomeriggio del 17 ottobre, che all’allievo soccorritore i dubbi e le perplessità crescono nella testa. Si moltiplicano soprattutto quando, durante il cambio di turno, sente dire all’infermiere suo "tutor" che per una paziente, il riferimento è alla signora 96enne, sarebbe stato necessario un "bolo". Nel linguaggio medico si intende la somministrazione di un farmaco. E nel caso specifico altro non è che una dose in più di morfina o dormicum - stando a quel che ha inteso l’"allievo" e raccontato agli inquirenti -; una dose atta ad accelerare la morte della donna. Ma queste sono solo supposizioni nate nella testa dello "stagiaire". Ipotesi. Congetture.

Il giorno della morte
La mattina del 18 ottobre il lavoro riprende. Sempre uguale, solo un po’ diverso. I due, l’allievo e il suo "tutor", rientrano nella camera 107, quella della "paziente uno". Ed è in quel preciso momento, ricorda l’allievo soccorritore, che l’infermiere tocca una delle due pompe siringa e digita sul tastierino per iniettare qualche millilitro di farmaco. Sono le 7.20.
Sto dando un bolo di dormicum così si rilassa un po’, spiega l’infermiere di fronte alle perplessità dello "stagiaire". Ma la paziente, ha detto l’allievo ai poliziotti che lo hanno interrogato, quando noi siamo entrati era sedata e non mostrava alcun segno di agitazione, a parte il respiro un po’ affannato.
La ricostruzione degli orari collima con la versione dell’imputato e con i dati registrati dalla pompa siringa. Ma i fatti raccontati dall’uno e dall’altro non si incastrano perfettamente fra loro. Stando al 45enne le dichiarazioni dello "stagiaire" sono "fantascientifiche". Frutto, così ha motivato, della sua inesperienza e anche di una certa invidia. "Io avevo un buon impiego, lui no".
Ma cosa accade nel primo pomeriggio? Cosa accade qualche ora dopo l’igiene personale e quelle dosi - dormicum e morfina in più rispetto alla prescrizione medica - infuse al mattino nel corpo dell’anziana paziente? Perché le cose precipitano?
La pompa siringa quel mattino registra quantitativi non particolarmente allarmanti di morfina e dormicum oltre la cosidetta "terapia continua", cioè la prescrizione medica dei farmaci infusi automaticamente nelle 24 ore. Pochi millilitri in più ma, scopriranno le indagini, mai registrati nel sistema informatico interno e nella cartella clinica. Una grave violazione delle regole. Ma tuttavia ancora nulla che possa avvalorare la tesi dell’omicidio intenzionale. Le quantità di morfina e dormicum infuse manualmente attraverso la pompa siringa non erano alte, sebbene superiori alle indicazioni mediche in caso di necessità.

Al ritorno dalla pausa...
A far sospettare l’allievo soccorritore che nella camera 107 qualcosa in mattinata non fosse andato correttamente… è una banalità. Per lo meno all’apparenza. Ma che cosa?
Agli investigatori l’allievo racconterà che l’infermiere al rientro dalla pausa per il pranzo, gli si è rivolto con fare freddo e distaccato pronunciando quattro parole. Solo quattro parole ma tante gliene sono bastate per far crescere i dubbi sulla sua correttezza. Gli è tornato alla mente quando, prima dell’igiene personale dell’anziana paziente, aveva visto il suo "tutor" digitare sul tastierino della pompa siringa.
Sì, solo quattro parole. "Guarda che è morta". Ma chi? Quella della 107. Non solo. Ha insistito, erano nella sala infermieri di fronte ad altri, per trasferire subito il cadavere nella camera mortuaria. Aveva fretta, ha sottolineato agli investigatori lo "stagiaire", aveva fretta solo perché il suo turno di lavoro terminava alle 15.30.
I racconti si intrecciano, le versioni dei fatti anche. L’infermiere respinge quelle che definisce "calunnie" e sostiene che per lui trasferire un paziente in camera mortuaria, da tempo era diventato psicologicamente difficile, un vero trauma. Figuriamoci che fretta avrei potuto avere! E nega, nega anche di aver trattato con poca cura il corpo dell’anziana paziente quando, con l’allievo soccorritore, dal reparto era sceso in camera mortuaria.
Dunque… nel racconto dello "stagiaire" non ci sono prove schiaccianti a carico dell’infermiere. L’accusa di omicidio intenzionale della "paziente uno" sembra fondarsi solo su indizi. Senzazioni e impressioni determinate da frasi e soprattutto da modi grezzi, grossolani, frettolosi. Indizi, comunque, che fanno a pugni con i bassi quantitavi di morfina e di dormicum somministrati. Relativamente bassi sebbene oltre le prescrizioni e nonostante non siano stati registrati dall’imputato, né sulla cartella clinica né sul sistema informatico interno. Bassi, secondo la scienza, per provocare la morte di un paziente.
27.06.2020


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