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La vicenda incredibile di 17 morti e di un sospettato
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Interrogativi e contraddizioni
nella storia dell'ex infermiere
R.C.


Chi lo avrebbe detto che giovedì 11 ottobre 2018 sarebbe stato l’inizio di una vicenda così grave da avere dell’incredibile!? Così aggrovigliata che molto probabilmente non sarà mai del tutto dipanata sotto una luce capace di svelare ciò che realmente è accaduto. La vicenda è quella dell’ex infermiere quarantacinquenne - ex non solo perché licenziato nell’autunno 2018 dall’ospedale di Mendrisio, dove lavorava da una ventina di anni - ma ex soprattutto perché alla fine dello scorso maggio, giusto un mese fa, si è tolto la vita. È uscito di casa, ha spento il cellulare, è salito in auto, ha viaggiato verso nord e dopo una settantina di chilometri si è fermato, è andato nel bosco e… Con la vita si è tolto il peso di un’accusa che forse mai nulla, nemmeno un’assoluzione, avrebbe potuto cancellare: l’omicidio intenzionale, dal 2014 al 2018, di 17 anziani pazienti terminali. Il sospetto è che, per accelerare la morte di alcuni anziani, abbia aumentato il dosaggio di morfina e dormicum prescritto dai medici
Il Caffè ha ripercorso i momenti più importanti di questa vicenda. Potrebbe essere definita un giallo. Perché lui, il quarantacinquenne suicida, si è sempre professato innocente. E perché la perizia medica - richiesta solo un mese fa quindi un anno e mezzo dopo il suo arresto - con molte probabilità non sarebbe mai riuscita a dare risposte chiare e convicenti. Era convinzione anche del magistrato che stava portando avanti le indagini, Nicola Respini. Senza un esame autoptico, ogni analisi sulle cartelle cliniche e sulle infusioni registrate non sarebbe stata sufficiente a fare chiarezza. Lo ha scritto lui stesso alla difesa dell’infermiere, l’avvocato Micaela Antonini Luvini, che chiedeva altre figure professionali fra i periti e altri quesiti a cui rispondere.

Gli angeli della morte
Diciassette morti e un’accusa gravissima, omicidio intenzionale. Una professione continua di innocenza. Un suicidio. Un caso che, se il reato fosse stato dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio, sarebbe finito nella letteratura criminale e giudiziaria. Non solo per il numero di vittime, ma anche perché gli infermieri "angeli della morte" agiscono di solito con altre modalità, così dicono le cronache processuali di mezzo mondo. Nessuno infonde piccole dosi di morfina o dormicum per procurare la morte. Ma cloruro di potassio, curaro, insulina… E soprattutto nessuno lo fa utilizzando apparecchi, le "pompe siringa", in grado di registrare ogni dato. Giorno, ora e quantità del farmaco infuso. Gli "angeli della morte" provocano il decesso iniettando dosi massicce di sostanze letali con siringhe manuali. Non lasciano quindi traccia in alcun macchinario.
Ecco, ecco anche perché la vicenda è anomala e lo è per diversi aspetti. Difficile pensare ad un "angelo della morte" che provoca la fine di un malato sapendo che si potrà risalire all’autore, cioè all’infermiere che ha alterato i dosaggi, semplicemente incrociando i dati di una "pompa siringa" con i turni in corsia. Difficile. Ma tutto è possibile in una mente criminale. Era così quella dell’infermiere suicida?
Una risposta non ci sarà mai, sebbene con il 45enne sia ancora indagata una giovane collega. È accusata di "tentate lesioni gravi" ai danni di tre pazienti. Tre dei 17 imputati all’uomo. Per lui "omicidio intenzionale", per lei "tentate lesioni gravi". Per questi tre casi, cioè per la morte di questi tre pazienti si aspettano i risultati della perizia. A meno che il procuratore non decida (o abbia già deciso) diversamente. Ma alla luce di quali nuovi elementi? Un mese fa il suicidio dell’infermiere ha determinato la chiusura delle indagini riguardanti solo le sue eventuali responsabilità penali. Non quelle della giovane collega, fermata e interrogata per due giorni a metà febbraio 2019. Dal posto di polizia è uscita con l’accusa di tentate lesioni gravi.
La ragazza indagata respinge ogni accusa, professa da sempre la sua assoluta innocenza. Il 13 febbraio lo ha detto agli investigatori, il 14 al procuratore. E nonostante sia un’infermiera professionista, sostiene di non essere capace di utilizzare una pompa siringa. Cerca di allontanare da sè ogni sospetto anche per il caso di un anziano, uno dei tre a lei imputati, per cui l’ultima somministrazione di morfina (o dormicum) è stata registrata proprio quando l’infermiere, cioè il principale imputato, risultava in pausa avendo "timbrato" l’uscita dal reparto.

Una vicenda contorta
Sì, questa storia ha in sè qualcosa che l’avvicina ad un giallo. È una vicenda contorta che merita risposte. Il Caffè le ha cercate, tentando una sorta di controinchiesta.
L’infermiere era accusato d’altro (maltrattamenti, fotografie, video che mostravano pazienti in situazioni imbarazzanti, immagini scambiate con alcuni colleghi del reparto), reati gravi e per i quali – se in un processo fosse stato giudicato colpevole - di fatto avrebbe già scontato l’eventuale condanna. Nove mesi di carcere preventivo. Da inizio dicembre 2018 a metà agosto 2019.
La storia è tanto inquientante quanto pesante. Nel reparto di Medicina1 sono accaduti fatti gravi, altro rispetto all’omicidio intenzionale di cui era sospettato l’imputato. Se la magistratura non potrà dare delle risposte (l’inchiesta a suo carico è stata archiviata immediatamente dopo il suicidio), è comunque importante tentare di gettare spiragli di luce su quanto realmente avvenuto nelle corsie dell’ospedale. Due infermieri sono finiti sotto inchiesta penale. Altri due, dopo un’indagine interna, sono stati licenziati e uno di questi ha fatto ricorso. Cinque sono stati ammoniti.
Ma ora… ripercorriamo i fatti partendo dalla camera 107.
27.06.2020


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