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Come il Tribunale federale evade i ricorsi degli stranieri
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Chi vince a Losanna
e chi deve andarsene
ANDREA STERN


Non basta il fatto di essere in assistenza per vedersi revocare il permesso di dimora
o di domicilio. Perché una cosa è la legge, un’altra è la sua applicazione. C’è chi ritiene che le autorità ticinesi siano troppo restrittive. "Di una severità intollerabile", secondo i socialisti Ivo Durisch e Fabrizio Sirica. C’è invece chi sostiene che si stiano semplicemente facendo rispettare le regole decise a livello federale. Il Caffè pubblica in questa pagina sei storie di vita, sei ricorsi al Tribunale federale. Tre accolti e tre respinti.  Sono la sintesi della complessità del sistema di giudizio.


Ricorso accolto / 1
"Si è trovato in difficoltà ma non è colpevole del suo indebitamento"
Quell’ammonimento deve essere annullato. Il Tribunale federale ha accolto lo scorso 26 maggio il ricorso di un cittadino italiano, nato e cresciuto in Svizzera, contro la decisione del Dipartimento delle istituzioni. Questi nel 2015 aveva deciso di ammonirlo, avvertendolo che se la sua situazione debitoria si fosse aggravata sarebbe stata valutata la possibilità di revocargli il permesso di domicilio di cui disponeva dal lontano 1978.
In effetti il cittadino italiano era finito in assistenza e al momento dell’ammonimento aveva a suo carico procedure esecutive e attestati di carenza beni per oltre 250mila franchi. Sia il Consiglio di Stato sia il Tribunale amministrativo cantonale avevano confermato l’ammonimento.
Il Tribunale federale invece ha sostenuto che "anche in presenza di un indebitamento, è necessario che esso sia dovuto a un comportamento colpevole e particolarmente riprovevole". Inoltre i giudici hanno evidenziato che l’uomo non è mai stato condannato, se non parecchi anni fa per un eccesso di velocità. Infine essi hanno motivato l’accoglimento del ricorso con il fatto che dalla pronuncia dell’ammonimento la situazione debitoria dell’uomo è migliorata. Segno di una volontà di affrontare la situazione che merita di essere incoraggiata.


Ricorso Respinto / 1
"Non vuole o non sa rispettare le leggi del Paese che la ospita"
Dopo 34 anni in Svizzera deve andarsene poiché ha dimostrato "di non volere o di non essere in grado di rispettare l’ordinamento giuridico del Paese che la ospita". Con questa motivazione il Tribunale federale ha confermato la revoca del permesso di domicilio a una cittadina italiana che era arrivata in Ticino da bambina, nel 1985. Qui ha frequentato le scuole dell’obbligo, qui ha iniziato due formazioni, in entrambi i casi senza portarle a termine. Qui, all’età di 15 anni, sono iniziati i suoi problemi di tossicodipendenza, tuttora irrisolti, che l’hanno portata ad accumulare debiti e condanne.
Così nel 2016, dopo l’ennesima condanna per droga, il Dipartimento delle istituzioni le ha revocato il permesso C. Non esattamente un fulmine a ciel sereno, visto che in precedenza la donna aveva già ricevuto sei ammonimenti. Considerata pure la dipendenza dall’aiuto sociale, il dipartimento ha ritenuto "non riuscita" la sua integrazione e le ha chiesto di rifarsi una vita in Italia.
Lei ha ricorso fino alla massima corte elvetica ma senza successo. Nella sentenza emessa nel novembre scorso i giudici le hanno quindi suggerito un trasferimento nella fascia di confine, dove è nata e da dove potrebbe mantenere i rapporti con i familiari ancora in Svizzera, ovvero il padre e il fratello.


Ricorso accolto / 2
"Ma non è finita in disoccupazione volontariamente"
Seppur abbia lavorato poco (730 giorni di assenza per malattia in tre anni), ha ottenuto lo statuto di lavoratrice. E quindi in base all’accordo di libera circolazione può restare in Svizzera. È con questa motivazione che il Tribunale federale ha accolto il ricorso di una cittadina italiana che nel 2015, dopo dieci anni in Ticino, aveva chiesto il permesso di domicilio per lei e per i due figli. Il Dipartimento delle istituzioni si era rifiutato di rilasciarglielo o di rinnovarle il permesso di dimora. Visto che la donna era a carico dell’assistenza, le era stato intimato di lasciare la Svizzera insieme ai figli.
I giudici di Losanna però hanno ribaltato la decisione. Essi hanno rimarcato che un cittadino europeo cui è stato riconosciuto lo stato di lavoratore può perderlo e quindi vedersi revocare il permesso solo se si trova in una situazione di disoccupazione volontaria, se non ha prospettive di impiego o se ha commesso degli abusi.
Inoltre il Tribunale federale ha evidenziato che il diritto a restare in Svizzera dei figli, che stanno svolgendo un tirocinio, non dipende da quello della madre. "Semmai è vero il contrario – scrive – e cioè che una volta accertato il diritto di un figlio in formazione a restare in Svizzera si può poi porre anche quello del diritto derivato del genitore di continuare a soggiornarvi col primo".


Ricorso respinto  / 2
"Non ha mai cercato di uscire dal tunnel dell’assistenza sociale"
Una donna deve tornare in Vietnam, lasciando in Ticino il marito e i due figli, perché non si è impegnata a uscire dall’assistenza. "La ricorrente non ha mai né tentato di giustificare la dipendenza dall’aiuto statale - scrive il Tribunale federale nella sentenza con cui conferma la revoca del permesso di dimora - né mostrato con atti concreti di voler porre fine a tale situazione".
La donna era arrivata in Svizzera nel 2007 per seguire il marito, un connazionale che vive qui già dal 1985. Insieme hanno due figli. La famiglia dipende da anni dall’aiuto sociale. Ma la decisione del Dipartimento delle istituzioni ha colpito solo la moglie e madre, poiché l’unica a beneficio di un permesso di dimora. Il marito e i figli, invece, hanno il permesso di domicilio e quindi possono restare. Almeno per ora.
"È evidente che il rientro avrà un impatto nei rapporti interpersonali tra i coniugi e tra madre e figli - si legge nella sentenza dello scorso 26 maggio -. Altrettanto evidente è che la revoca non può sorprendere né la ricorrente né i suoi congiunti". In effetti la donna era già stata ammonita tre volte. Invano. E quindi ora la famiglia deve dividersi. A meno che anche il marito e i figli non decidano di tornare in Vietnam, anticipando un trasloco che potrebbe presto essere imposto anche a loro.


Ricorso accolto / 3
"È cambiato, ha riorientato positivamente la propria esistenza"
"Ha riorientato in positivo la propria esistenza". Con queste parole il Tribunale federale ha annullato la revoca del permesso di domicilio di un 29enne colombiano che era arrivato in Svizzera nel 2003 per raggiungere la madre. Cinque anni dopo, nel 2008, egli aveva interrotto il proprio tirocinio ed aveva iniziato a tenere un comportamento non irreprensibile.
Negli anni seguenti aveva così accumulato una serie di lievi condanne (principalmente per consumo e vendita di piccoli quantitativi di droga) e aveva visto crescere il proprio debito con lo Stato che gli versava le prestazioni assistenziali. Nel 2017, dopo averlo già ammonito due volte, il Dipartimento delle istituzioni ha infine deciso di revocargli il permesso di domicilio.
Ma a differenza delle autorità cantonali, il Tribunale federale ha ritenuto che l’espulsione del cittadino colombiano non sarebbe proporzionata. Da una parte perché i resti per i quali è stato condannato sono per lo più delle infrazioni "minori", dall’altra perché il quadro "sembra ora mutato". Il ricorrente ha infatti cominciato un tirocinio, ha iniziato a risarcire lo Stato e sta tenendo un comportamento corretto. Il Tribunale federale ha quindi accolto il suo ricorso, rinviando la causa in Ticino per un nuovo giudizio.


Ricorso respinto / 3
"Integrazione tutt’altro che riuscita, si trasferisca sul confine"
Espulso nonostante sia padre di due figli svizzeri. Il Tribunale federale ha confermato la decisione del Dipartimento delle istituzioni di revocare il permesso di domicilio a un cittadino italiano la cui permanenza in Svizzera "è stata caratterizzata da anni di attività, così come da una lunga dipendenza dall’aiuto sociale e dall’accumulo di debiti rispettivamente di 61 attestati di carenza beni". Quindi da un’integrazione "che è tutt’altro che esemplare e riuscita", sottolineano i giudici federali.
L’uomo era arrivato in Ticino nel 2004 e aveva preso in gestione un’edicola. Quattro anni dopo la sua attività professionale era cessata e da allora non ha più lavorato. Sempre nel 2008 aveva anche sposato una cittadina elvetica, con la quale ha avuto due figli e dalla quale ha divorziato nel 2014.
Dopo un primo ammonimento, nel 2015 il Dipartimento delle istituzioni gli ha revocato il permesso di domicilio. Da anni ormai il cittadino italiano dipendeva dall’assistenza e non pagava gli alimenti ai figli. Lui ha fatto tutta la trafila di ricorsi ma l’anno scorso il Tribunale federale ha chiuso la vicenda, confermando la decisione ticinese. Anche a lui i giudici hanno suggerito un trasferimento nella fascia di confine in modo da poter esercitare il suo diritto di visita dei figli.
27.06.2020


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