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Come cambiano le strategie internazionali degli Usa
Immagini articolo
Un abbandono graduale
della capitale afghana
GUIDO OLIMPIO


Afghanistan, Iraq, Siria. I tre paesi seguono la battaglia di Washington tra democratici e repubblicani, vogliono capire chi sarà il loro interlocutore in una fase estremamente critica.
Partiamo dal primo fronte, quello afghano. Le aspettative sono diverse. I talebani, dopo aver firmato l’intesa di principio con gli Usa, avrebbero voluto la conferma di Donald Trump. Per la semplice ragione che lui se ne vuole andare il più presto possibile e lo avrebbe già fatto entro questo Natale - almeno a parole - se la gerarchia militare non avesse predicato cautela. Opposto il sentimento di Kabul: nessuna fretta per la partenza degli stranieri, aspettiamo che esistano le condizioni favorevoli. Ed è qui che entra in scena il presidente eletto.
Joe Biden non si oppone alla partenza della truppa, però è possibile che ascolti con maggiore attenzione quello che dicono gli esperti e gli ufficiali. Al contrario di The Donald, ha un migliore rapporto con l’establishment in divisa, con l’intelligence e quanti comunque consigliano di agire tenendo conto del quadro complessivo. Quindi l’idea di uno sgombero calcolato, per evitare - se mai è possibile - un tracollo. Non deve apparire una fuga. E non sarebbe neppure strano se il Pentagono chiedesse di lasciare, almeno per una fase, team di forze speciali in appoggio ai locali.
Le prossime settimane e mesi saranno molto instabili. Trump è ancora in carica, ha appena cacciato il segretario alla Difesa, Mark Esper, sostituito con l’ex direttore del contro-terrorismo Chris Miller. Segnali evidenti che manovra, governa, sceglie.
Altrettanto dinamici gli insorti afghani. Ma anche cinici, pragmatici e duri. Consapevoli di quale fosse il target presidenziale hanno negoziato senza rinunciare ad uccidere. Attentati, attacchi, agguati sono continuati accrescendo i timori dei loro avversari interni. Vedremo se il futuro numero uno statunitense accetterà questo livello di violenza e le perdite inflitte alla popolazione civile. Sì, perché muoiono spesso persone inermi e non combattenti.
Sono i giorni dell’attesa a Bagdad, il secondo fronte, anche qui legato a interessi divergenti. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno duellato soprattutto con le milizie sciite filo-iraniane, componente usata da Teheran in un disegno che prevede l’ammaina bandiera americano. Scontro saldato alla pressione diplomatica sull’Iran per il dossier nucleare. Contrasti che non devono far dimenticare l’azione insistita dello Stato Islamico, di recente protagonista di incursioni persino nella capitale. In qualche modo potrebbe riprodursi lo schema afghano. Biden - che già con Obama aveva portato ad una massiccia riduzione del contingente dal territorio iracheno - potrebbe proseguire con lo sganciamento senza rinunciare ad opzioni di "guerra leggera". Riecco i droni armati per eliminare terroristi, elicotteri e commandos per interventi mirati, in sostegno all’alleato.
14.11.2020


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