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La vicenda simbolo di un profugo morto dopo l'espulsione
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La storia triste di Abdul
che sognava una nuova vita
FEDERICO FRANCHINI


Abdoul Mariga è arrivato in Svizzera all’età di 19 anni, nel 2009. Solo, dopo la morte della nonna che lo aveva allevato, e poi del padre che lo aveva accompagnato nel suo viaggio verso l’Europa. Nonostante il rifiuto della sua domanda di asilo, è riuscito a imparare rapidamente il francese e ha seguito e ultimato un apprendistato come cuoco presso l’ospedale Chuv di Losanna. Dieci anni dopo, Abdoul Mariga è stato espulso con la forza dalla Svizzera. Era il 6 novembre 2019. Direzione Guinea, Paese d’origine della sua defunta madre, dove non aveva alcun legame. Abdoul Mariga è morto lo scorso 17 ottobre a Conakry. Aveva 30 anni. Era solo ed era stato da poco ricoverato in ospedale a seguito dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute.
"Questa terribile notizia ci lascia nell’incredulità, nella rabbia e nella profonda tristezza", ha scritto sul proprio sito il collettivo Droit à rester, con sede a Losanna. Su Internet si trova anche un annuncio funebre: "Il signor Mariga è deceduto dopo una malattia che non ha potuto essere curata a causa della mancanza di denaro e in seguito al suo rimpatrio forzato nel novembre 2019, dopo 10 anni di soggiorno in Svizzera e un’integrazione considerata "degna di nota", "esemplare" e "eccezionale" da tutti coloro che l’hanno conosciuto, salvo la Segreteria di Stato delle migrazioni (Sem)".
Secondo il collettivo, l’uomo ha compiuto un processo di integrazione impeccabile, nonostante il rifiuto della sua domanda di asilo. Era apprezzato dal suo datore di lavoro ed è stato finanziariamente indipendente per diversi anni. Fatto raro, il Canton Vaud aveva sostenuto la sua domanda di permesso B come "caso di rigore". La Sem e poi il Tribunale federale hanno tuttavia respinto questa possibilità, giudicando la sua integrazione buona ma non "eccezionale".
Abdoul continua a lavorare, a sperare fino al giorno in cui la polizia lo viene a prendere, lo arresta e lo rimanda forzatamente in Guinea. Ma la Guinea non è il suo Paese. La sua salute, inoltre, è fragile, come indicava un certificato medico svizzero. Appena arrivato a Conakry, Abdoul Mariga ha vissuto un inferno. Le e-mail inviate dal giovane ai suoi rappresentanti legali in Svizzera, e pubblicate su Internet, lo dimostrano: "La mia salute - scrive - non è buona. Le mie braccia e le mie gambe si addormentano. È iniziato durante la mia detenzione in Svizzera, prima dell’allontanamento, e ora è sempre più frequente. Mi gira la testa e a volte perdo l’equilibrio e cado giù. All’inizio ero in ospedale, ma ora non posso più andarci per mancanza di soldi".
In aprile i suoi rappresentanti legali hanno avvertito la Sem della preoccupante situazione. Ma l’amministrazione elvetica rimane intrattabile e ricorda che se Abdoul Mariga desidera tornare in Svizzera, è soggetto alle disposizioni di legge ordinarie che disciplinano l’ammissione degli stranieri. La Svizzera si rifiuta quindi di ammetterlo, poiché concede permessi di lavoro ai cittadini non comunitari solo per qualifiche professionali molto specifiche.
Contattata da il Caffè, la Sem spiega che non è autorizzata a commentare singoli casi a causa della protezione dei dati. Tuttavia, "senza entrare nei dettagli del singolo caso" l’amministrazione ci scrive che "Mariga ha trascorso la maggior parte della sua vita in Guinea e possiamo assicurarvi che le autorità guineane lo hanno riconosciuto come uno dei loro cittadini e allo stesso tempo hanno rilasciato un lasciapassare".
Abdul Mariga è morto, probabilmente, per il complicarsi di un’epatite B. Ma è morto anche per una politica migratoria cinica.
19.12.2020


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