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Le previsioni per il prossimo futuro del... mondo
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Né guerra, né pace
ma sarà molto difficile
LUIGI BONANATE


La svolta dalla quale la maggior parte degli eventi della storia successiva sono discesi è rappresentata dal 1989: fine della guerra fredda e del bipolarismo, fine dell’Unione Sovietica e del socialismo reale, fine del terrore della guerra nucleare, fine dell’egemonismo assoluto di due stati (Usa e Urss) sul mondo. Da questo stupefacente rovesciamento, che sembrava addirittura "impossibile", data la robustezza dell’impianto dell’ordine del tempo, un famoso politologo, Sam Huntington, trasse l’ipotesi che fosse ormai iniziato un vero e proprio "scontro di civiltà" tra cristianità e islam che avrebbe non solo provocato grandi conflitti ma che, in sostanza avrebbe finito per annullare la superiorità occidentale sul mondo, durata per almeno mezzo millennio, consumatasi nel suo mai realizzato sogno di dominazione planetaria, e nell’emersione altre nuove e largamente impreviste culture e dominazioni.
Questa profezia non si è (ancora?) realizzata e addirittura si può dire che sia successo proprio il contrario: invece che il crollo di un mondo (Huntington immaginava un terremoto e delle scosse telluriche), si è realizzata - e sta continuando - un’"implosione" del mondo su se stesso che si isola dal resto del mondo. Assistiamo ora allo sviluppo di un meccanismo di ritiro, di rientro nei propri tradizionali limiti, nel nazionalismo, nel sovranismo - in una parola, nel ritorno a vecchi miti del passato, e non a innovazioni radicali. Si potrebbe sintetizzare questo fallimento nella constatazione che nulla di quel che si era capito essere decisivo per la vita umana è stato fatto, a partire dalla crisi ecologica, la cui gravità non solo non si è ridotta, ma è aumentata, specialmente a causa della sua diffusione planetaria: il degrado ambientale è continuo e illimitato. Si è a lungo pensato che, se non altro, le zone più arretrate e meno industrializzate del mondo sarebbero restate i polmoni dell’aria pulita, ma così non è stato; si era creduto che la tecnologia potesse offrirci cibi naturali e abbiamo avuto invece inquinamento e avvelenamenti…
Ma nello stesso tempo si è ridotto il rischio di nuove grandi guerre internazionali, che è stato sostituito dalla crescita esponenziale di piccoli ma brutali conflitti locali, che si sono sviluppati nell’Europa orientale come in Medioriente, nell’Africa del nord come in quella sub-sahariana, e persino nell’apparentemente pacifica America del sud, tormentata da difficoltà sociali e da dittature incapaci di apportare il minimo sollievo alle loro popolazioni. Ancora più inaspettato è poi il deterioramento dello spirito europeistico che aveva bilanciato o contenuto le difficoltà economiche emerse dopo l’avanzata cinese che era ed è capace di mettere in difficoltà la tradizionale supremazia statunitense. Ma come succede nei momenti di difficoltà, la prima reazione è stata la chiusura in se stessi, la paura di ciò che arriva da fuori, la gelosia reciproca. Il rifugio nei propri confini ha schiacciato l’internazionalismo e l’Unione europea ne ha pagato prezzi altissimi, specie in termini di incapacità a coordinarsi e a collaborare. La crisi del Covid sarebbe stata più facilmente contenibile se tutti i membri dell’Unione avessero adottato le stesse misure e un comune rigore.
Non abbiamo avuto, per fortuna, i terremoti previsti da Huntington, ma non c’è da rilassarsi. Non soltanto il Covid ci ha praticamente rubato un anno, ma ci ha privati di fantasia e intraprendenza. È già successo nella storia che delle crisi abbiano anticipato una ripresa e fatto avanzare nuove idee e soluzioni. Che siamo di fronte a necessità del genere è evidente: si tratta, ora, di darci da fare. Ma mentre una volta la funzione di spazzar via il vecchio per fare entrare il nuovo era svolta dalle grandi guerre, ora si tratta di trovare nuovi strumenti. Pacifici.
19.12.2020


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