Da un pamphlet di Règis Debray
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La riscoperta
della frontiera
CLEMENTE MAZZETTA


Nella società globalizzata, dove la storia si è rimessa in moto riscoprendo le grandi masse proletarie dei Paesi poveri che si spostano da un continente all'altro, le frontiere rappresentano  "le cicatrici della storia" per dirla con filosofo ginevrino Denis De Rougemont. Incapaci di contenere le maree di diseredati. Eppure, anche da sinistra c'è chi le ripropone: "La frontiera è da intendersi come un vaccino contro l'epidemia di muri, come un rimedio all'indifferenza e una salvaguardia dei vivi", sostiene in particolare il filosofo francese Régis Debray, amico  e compagno d'armi di Che Guevara e poi consigliere politico del presidente Mitterrand. Nel suo "Elogio delle frontiere" (Edizioni Gallimard) Debray ha fatto a pezzi il mito del mondo globalizzato e l'abolizione dei confini. "Un mondo senza frontiere è un falso infinito, dove alla fine domina solo il più forte. Ignorare confini e identità, è un colonialismo sublimato, è l'etnocentrismo dell' Occidente", scrive Debray, smontando il mito e l'illusione del "sans-frontiérisme" di sinistra: "Quando non ci sono frontiere, si innalzano muri. Israele l'ha fatto". Sapere chi si è, da dove si proviene, in quale ambiente si è vissuto e come si è andata costruendo la propria storia è fondamentale per poter vivere con gli altri. Concetto questo che non è estraneo ad un filosofo come Fabio Merlini che preferisce, però, usare il concetto di soglia: "Soglia, inteso come confine, che è necessaria, altrimenti non si possono nemmeno varcare il limiti. È importante cioè che gli spazi siano definiti attraverso dei principi, per evitare di scivolare nella confusione: là dove c'è caos non può esserci identità, né riconoscimento di quella altrui".
Per Merlini, proprio perché si vive continuamente il superamento dei confini attraverso le nuove tecniche di comunicazione, ritornare ad un concetto di soglia aiuta a ripristinare la distinzione fra il dentro e il fuori, fra pubblico e privato. "Distinzioni che ci aiutano a preservare la nostra identità", sostiene Merlini che non considera conservatore il messaggio di  Debray. Anche per l'economista Remigio Ratti,specialista di economie regionali, si può ancora parlare di frontiere, "ma tutto dipende da come le definiamo" precisa. Ratti ritiene i concetti di Debray una risposta vecchia alla complessità della globalizzazione, visto che si rifà alla formula delle sovranità territoriali, e gli antepone le tesi del sociologo Ulrich Bech per rivendicare la necessità di un politica della globalizzazione in grado di affrontare le emergenze sociali, culturali e ambientali non più governabili a livello nazionale. "Come c'è una risposta 'nera' alla paura della globalizzazione, quella dei movimenti di destra, del Ticino che vuol costruire muri a Chiasso e lo dice senza arrossire, c'è anche una risposta 'verde' degli ecologisti ad oltranza, e c'è una risposta rossa, di sinistra che riutilizza la concezione di Stato per rispolverare  teorie neomarxiste -  sottoliea Ratti -. Ma la riproposizione di confini come reazione alla globalizzazione è impossibile in un mondo aperto, dove le nostre identità sono multiple come ben sappiamo noi che siamo luganesi, ticinesi, svizzeri europei a secondo delle contingenze". Le frontiere di Ratti sono frontiere che cambiano. "Anche una Svizzera che non vuole essere in Europa e che fa leva sulle frontiere, in realtà accetta d'integrare nella propria legislazione  il massimo possibile delle norme comunitarie e gli standard dell'Ocse sul segreto bancario". Altro che sovranità nazionale. Per  Ratti, frontiera è un concetto complesso, che ha la funzione di separare ma anche quella di mettere in contatto realtà socio-economiche, culturali e istituzionali diverse, di filtrare  e  trasformarsi.  
cmazzetta@caffe.ch
15.05.2011


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