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Protagonisti da rileggere - Zeno Cosini
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Quell'uomo inetto
è un vero marpione
RENATO MARTINONI


Zeno Cosini è uno degli eroi letterari internazionalmente più noti. Italo Svevo, che in realtà si chiamava Ettore Schmitz ma voleva dare di sé, triestino, con lo pseudonimo, l'idea di un uomo legato a due culture, quella italiana e quella germanofona, lo mette al centro di un'opera molto citata, spesso esaltata (forse troppo), considerata da alcuni tra le più alte e innovative del Novecento. È per quella porta che la psicanalisi entra in Italia. Ma come definire Zeno, figlio di famiglia borghese che, dopo essere stato a lungo indeciso fra lo studio della chimica e quello delle leggi, e non portando a termine né l'uno né l'altro, sarà agiato commerciante, anzi: "uomo d'affari"? Da giovane vorrebbe fare il dandy: vivendo una vita di godimenti e di fughe, di avventure e di giochi. E poi, si sa, è un grande fumatore: considera anzi il fumo "un modo un po' strano e non troppo noioso di vivere". Riversa però su di esso le colpe della propria incapacità. Vivendo con il proposito di smettere di fumare finisce immancabilmente con l'accendere sempre un'ultima sigaretta. Per liberarsi dal vizio, pensa di venire in Svizzera a farsi curare, tanto è "il paese classico delle case di salute". Poi finalmente salta il fosso e si rivolge allo psicanalista: anche, va da sé, per sciogliere il groviglio delle proprie nevrosi. Sarà però sempre un rapporto problematico, quello con il medico: di chi cerca un rifugio, di chi ama guardarsi, ma poi finisce sempre con il fuggire da se stesso. Di chi, illuso!, finge di cercare una strada e poi la abbandona ancor prima di averla presa. Non c'è libro che, parlando di Zeno, non arrivi prima o poi (ma più prima che poi) a chiamarlo un "inetto": Zeno l'"inetto" diventa così l'antieroe che riempie di sé le cinquecento pagine di un libro. Vive a Trieste, città spesso glorificata per i suoi slanci "mitteleuropei", sognando di sposare la più bella delle sorelle di una famiglia benestante ma finendo per accasarsi con la più brutta. L'uomo si illude a tratti di essere molto abile. Sogna di fare il capitano di una nave e riesce appena a remare su una modesta barchetta in balia dei venti. A osservarlo da questa specola, parrebbe proprio di trovarsi di fronte a un uomo incapace: a una vittima predestinata di una società spietata e malvagia. Ma non è così. Altro che figlio "senza qualità" di una società borghese corrotta e malata! Altro che "inetto", lo Zeno di Svevo! A guardare meglio, anzi: a leggere meglio la sua storia, vien fuori la figura ben poco simpatica di un calcolatore della peggiore risma, di un tale che parla bene e razzola male, di un donnaiolo impenitente, almeno nel pensiero ("una non mi bastava e molte neppure"). Zeno Cosini guarda la moglie e intanto pensa alla cognata. Finge di lavorare e intanto se la fa con una ragazza del popolo. È padre di famiglia e tenta l'approccio con una contadinotta (lui le chiede untuoso: "Hai lo sposo?", e lei gli risponde secca: "Se ne prendo uno, sarà certamente più giovine di lei!"). Altro che "inetto"! In realtà l'"inetto" è un marpione di sette cotte. Impacciato, sognatore, già vecchio quando ancora è giovane, l'eroe sveviano è di fatto un uomo pigro, menzognero, calcolatore, ipocrita. "La vita è bella", dice, " ma bisogna badare al posto dove ci si siede". Ipocondriaco, perennemente convinto di essere malato, non cessa mai di tentare la sorte: "La vera schiavitù è la condanna all'astensione", dice. Quando alla fine della sua storia scoppia la prima guerra mondiale lui pensa al caffelatte che lo aspetta a casa; e intanto un ufficiale austriaco lo chiama "scimunito". È lì che Zeno ha una visione: quella di una catastrofe immane in cui la terra "ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie". Forse si sta pensando ai totalitarismi che presto arriveranno a funestare la storia del mondo. Forse si preconizza una guerra nucleare. Tutte paure che interessano l'autore, non il suo scaltro e lubrico e parassitesco personaggio.
19.08.2012


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