Alti costi sociali e un modello di business in crisi
L'insostenibile
pesantezza del gioco
MAURO SPIGNESI
Si assottiglia l'utile, non offre più i gettiti fiscali e i contributi ai Comuni di un tempo, garantisce sempre meno posti di lavoro. L'industria dell'azzardo arranca dietro una crisi che appare irreversibile. Soprattutto in Ticino dove, fra Locarno, Mendrisio e Lugano, c'è un'altissima densità di case da gioco: una ogni 110 mila abitanti. Rapporto che cala se si mette nel mazzo anche Campione d'Italia. E se da una parte i casinò non sono più un modello di business vincente, come ci si era illusi una decina di anni fa, dall'altra lasciano sul terreno un alto costo sociale e, spesso, anche pesanti strascichi giudiziari e polemiche politiche come sta accadendo a Lugano.
"È pur vero che da noi l'apertura ai casinò è stata fatta in maniera ragionevole", afferma Tazio Carlevaro, psichiatra e cofondatore dell'Irga (Istituto di ricerche del gioco d'azzardo). "Perché - prosegue - ci siamo attrezzati per prevenire le ripercussioni negative". C'è, ad esempio, il Gat, il Gruppo azzardo Ticino che aiuta chi è in difficoltà e lavora su mandato statale. Oggi, in Svizzera, ci sono circa 120 mila persone con problemi legati al gioco. E 32 mila di loro sono "diffidati", cioè non possono entrare nei casinò. Già anni addietro una ricerca segnalava che tra la popolazione adulta ticinese c'è uno 0,6% di giocatori problematici e un altro 0,6% di giocatori patologici. "I numeri direi che sono complessivamente stabili. Ma il problema che si pone ora - aggiunge Carlevaro - non riguarda solo chi esagera ma anche chi amministra male i propri soldi. E qui è chiaro che la prevenzione gioca un ruolo rilevante". Come si fa prevenzione? "Una persona dipendente dal gioco - spiega Carlevaro - è come un alcolista, non viene a chiedere aiuto. Capita, ma è rarissimo. Se tu poi gli dici che sta esagerando, risponde che sa cavarsela da solo, che può smettere quando vuole. Da noi invece può essere aiutato, ma anche dalle case da gioco perché segnalano il caso". È il principio della "concezione sociale, previsto dalla legge.
Eppure in Svizzera si va controcorrente. A Zurigo è stato appena inaugurato il più grande casinò nazionale, che prevede1.600 giocatori al giorno e un fatturato di 104 milioni. Ma il prezzo sociale resta alto. Uno studio recente dell'Università di Neuchâtel afferma che il rapporto tra costi diretti e indiretti (problemi sanitari, perdita di lavoro, assistenza e misure di prevenzione) è fra i 545 ai 658 milioni, cioè superiore alla cifra del gettito delle case da gioco, che nel 2011 è stato di 420 milioni.
Poi c'è l'aspetto economico. Di un modello economico che mostra evidenti cedimenti. "E non penso siano soltanto legati all'euro", avverte Amalia Mirante, economista dell'Usi: "In Ticino abbiamo costruito un business legandolo molto all'Italia, perché non possiamo solo basarlo sui nostri 300 mila abitanti. E in Italia attualmente c'è la crisi e i giocatori non arrivano più come un tempo". L'altro problema, secondo Mirante, "è quello della nostra scarsa capacità di fare turismo. Accanto ai casinò non si è sviluppato un sistema attrattivo. Se uno viene a giocarea Lugano, e prima vuol fare una passeggiata in città, scopre che a una certa ora i negozi sono chiusi e che i ristoranti dopo le 22 ti danno solo piatti freddi o qualche pizza".
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@maurospignesi
23-12-2012 01:00