Tra scienza e magia la catastrofica "Buzza di Biasca" del 1513
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Quando l'apocalisse
colpì il Bellinzonese
MARINO VIGANÒ


"Terremoto notabile a Bellizona", titola lo storiografo comasco Paolo Giovio un passo delle "Istorie del svo tempo", uscite in latino nel 1550, in volgare nel 1565. L'episodio risale a trent'anni prima, e s'è guadagnato una fama davvero vastissima. "In quel medesimo tempo alle radici dell'Alpi, onde si passa in terra di Suizzeri, sopra Bellizona, ruinò uno altißimo monte crollato dal terremoto, facendo un romor grandißimo; & tutta quella massa delle balze spiccate caduta da man sinistra, serrò le bocche della ualle, per la quale il fiume Brennio correndo si mescolaua col Tesino. Per lo qual caso il fiume fu costretto à ingorgare, & non potendo tenere in collo tanta furia d'acqua à empiere lo spatio della ualle. Onde poi crescendoui un lago alla grandezza di più di dodici miglia, prima che passasse l'anno oppresse gli edifici, & le possessioni de' paesani. Et per contraria ragione il Tesino abbandonato dal fiume suo compagno, & non punto accresciuto dalle forze altrui, il quale poco dianzi si passaua à Bellizona con un ponte di pietra, & con le barche basse, corse nel lago Maggiore. Ma però quella furia d'acque doppo uenti mesi, come ricorderemo nel processo dell'opera, ruppe con la ruina di quel bellißimo paese, & con miserabile uccisione di molti huomini, hauendo spezzato la massa del monte caduto".
Il disastro, noto come "Buzza di Biasca", si produce in due tempi appena instaurato il dominio dei Cantoni confederati anche nelle terre a sud di Bellinzona. Da otto mesi il "protettorato", imposto in Lombardia nel giugno 1512, s'è consolidato con l'acquisto delle rocche di Lugano e Locarno (26-28 gennaio 1513), cedute da Luigi XII di Francia, signore di Milano, per poter giungere a una tregua con gli svizzeri invasori. Il 30 settembre 1513 sul fianco occidentale del monte Crenone, a nord del villaggio di Biasca, all'imboccatura della valle di Blenio, si verifica un gigantesco smottamento. Il crollo forma una barriera naturale, 60 metri nei punti di minor altezza, bloccando il corso del fiume Brenno. Le acque trattenute, e le pioggie incessanti della stagione, formano un lago d'estensione valutata dalle 5 alle 12 miglia, colmo di 200 milioni di metri cubi d'acqua.
Il villaggio di Loderio è letteralmente cancellato, Malvaglia è sommersa al livello di metà del campanile della chiesa.
La massa liquida ristagna un anno e mezzo, premendo con forza contro la diga naturale, poi, il 20 maggio 1515, rompe l'argine e spazza con furia l'intera valle del Ticino. Edifici, coltivi, animali, abitanti dei luoghi, truppe elvetiche di guarnigione vengono trascinati sino al piano di Magadino, dove il fiume si riversa nel lago Maggiore. La devastazione è immane. Nella sua "Descrittione di tvtta Italia", pubblicata nel 1550, l'umanista bolognese Leandro Alberti nota con esattezza: "Talmente per alquanto tempo à poco à poco mollificandosi la terra caduta (et piu non possendo sostenere tanta abbondanza d'acqua) aprendosi con tanta furia scese l'acqua quiui ragunata, che non la possendo contener l'usato letto del fiume (per il quale trascorreua nel Tesino) fece assai danni à i uicini luoghi roinando etiandio gran parte di quel forte muro già fatto da Lod. Sforza presso Belinzona".
Crolla infatti a Bellinzona, sotto l'incontenibile pressione, la parte della Murata - raddoppiata da Ludovico il Moro nel 1487 - più vicina al fiume. E così il ponte della Torretta sul Ticino, separandone per secoli le rive e isolando il Locarnese dalle vie di traffico. Testimone oculare, l'alfiere Rudolf Senser di Berna, inviato oratore a Milano e appena giunto a Bellinzona, scrive in Schwyzerdütsch che Biasca è "rasata"; la vallata è coperta di massi e rovine; l'acqua è giunta nella piazza del borgo, invadendo cantine e abitazioni; si contano un centinaio di vittime tra i civili, una ventina tra i soldati; e 400 case sono state abbattute, disastro quasi indescrivibile e addirittura "incredibile a chi non l'ha visto".
Difficile per le genti accettare spiegazioni idrogeologiche, ci si aggrappa alla superstizione.
Il 22 aprile 1515 la comunità di Malvaglia, certo consapevole della fragilità del terrapieno, si era radunata per ingaggiar Giovanni Balestrerio, ingegnere milanese, a intervenire "super buzam de Cranono" - forse per aprire uno scolatoio. Un solo mese dopo la buzza era esplosa, sicché un paio d'anni dopo, il 3 giugno 1517, quelli di Biasca chiamano in causa la comunità della val di Blenio con l'accusa di "magia" per avere contattato il "nigromantum nomine Johannes Balistarius" a evacuare il lago per "arte magica". Protestato di avere tentato d'operare per "arte mechanica et non magica", e averci rimesso anch'essi nell'alluvione gran quantità di possedimenti in territorio di Biasca, i bleniesi vanno assolti. Ma la fama di stregoneria non lascia quei luoghi, se Francesco Ballarini, arciprete di Locarno, nelle sue "Croniche della Città di Como", ancora nel 1619 ribadisce quella devastazione essere avvenuta "per opera di certi Maghi de l'Armenia (quando che non era quasi possibile per opera humana)".
22.09.2013


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