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I fantasmi delle "misure coercitive"
Migliaia di bambini
rapiti dallo Stato
MAURO SPIGNESI


Erano bimbi di strada, figli di povera gente, di mamme sole. O di stranieri, "sbandati", alcolizzati. O, ancora, erano considerati "ritardati", handicappati. Dal 1850 al 1980 migliaia di bambini di famiglie disagiate sono stati portati via ai genitori in Svizzera attraverso le cosiddette misure coercitive a scopo assistenziale. Ritenuti potenzialmente pericolosi, inclini alla delinquenza, e affidati a famiglie, spesso contadine, per farli lavorare a scopo di prevenzione, o internati in orfanatrofi. Decisioni prese rapidamente, accartocciando e buttando nel cestino norme e garanzie sull'infanzia, su segnalazioni di sindaci, preti, notai e avvocati.
Una pagina di storia a lungo rimossa nel silenzio e riemersa attraverso film, libri e una mostra itinerante (si può vedere all'indirizzo web www.enfances-volees.ch) che ha toccato diverse città della Confederazione facendo esplodere un doloroso passato. Una pagina riletta anche grazie alle testimonianze dei protagonisti - circa ventimila quelli sopravvissuti - e degli studiosi che hanno potuto ricostruire, con i pochi documenti ancora a disposizione, decine e decine di casi finiti negli archivi della memoria. Dimenticati. Persone Lasciate sole a tormentarsi con le loro domande: perché? Dal giugno dell'anno scorso questa oscura storia viene approfondita, su sollecitazione della consigliera federale Simonetta Sommaruga, da una commissione mista di vittime e politici ed è stata anche creato a Berna un ufficio sui torti inflitti che potrà esaminare eventuali domande di risarcimento allo Stato. Per ora ne sono arrivate oltre 500. Nei cantoni, poi, dovrebbero essere istituiti consultori e assistenza agli ormai ex bambini.
Uno di loro, che ha partecipato a questa riaffernazione della memoria collettiva è  Sergio Devecchi, nato a Lugano, e strappato ai genitori quando era bambino, cresciuto in orfanatrofi ticinesi e dei Grigioni. Devecchi ha avuto la forza di andare avanti, ha studiato, si è laureato, è diventato educatore, direttore di un istituto a Zurigo, ed è presidente della Società svizzera di pedagogia sociale. Oggi racconta la sua esperienza proprio per non dimenticare. Ma non c'è solo questo capitolo. C'è anche quello degli zingari. In 50 anni 590 bimbi figli di nomadi, dei tre grandi gruppi come Rom, Sinti e Jenisch, finirono in istituti chiusi. Storie che oggi sembrano appartenere a un'epoca lontana, a quando il diritto della persona veniva dopo quello della protezione della società. Ma che adesso riguardano soprattutto gli stranieri.
Un caso emblematico è quello che vede protagonista in Ticino una famiglia di profughi algerini. Papà, mamma, e quattro figli, di 11, 13, 17 e 21 anni. La loro è una vicenda paradossale, di quelle che restano impigliate nella rete delle leggi. I genitori dei ragazzi non hanno ottenuto il diritto d'asilo e dunque non potrebbero restare in Svizzera, ma l'Algeria si rifiuta di riprenderli. "La famiglia - spiega Maria Innocenzi responsabile del Movimento dei senza voce che ha seguito la vicenda offrendo assistenza - ogni volta che si stava predisponendo l'iscrizione scolastica veniva spostata da un hotel all'altro e dunque i bambini non riuscivano a cominciare la scuola. Un diritto sacrosanto stabilito dalle convenzioni internazionali e dai protocolli per la difesa dell'infanzia".
Mentre la famiglia era in attesa della decisione sulla domada di asilo, i piccoli hanno frequentato le lezioni, sino a tre anni fa, a Locarno. Gli insegnanti dicevano che erano "intelligenti e avevano tanta voglia di fare", racconta ancora Innocenzi. Poi è arrivato il verdetto: niente asilo. È stata bocciata anche la quarta richiesta. Per la famiglia algerina sono svanite le speranze. Parte del gruppo familiare è stata trasferita a Cadro. Il padre invece è finito per un breve periodo in carcere per soggiorno illegale. E poi è stato alloggiato a Bellinzona. "Ora finalmente - racconta ancora Maria Innocenzi - siano riusciti a farli iscrivere e frequentano un istituto nelle Tre valli. Ma è stata dura, faticosissima. Eppure quello all'istruzione dovrebbe essere un diritto superiore, per tutti, dunque non derogabile".
09.11.2014


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