I vignaioli romandi sulle pratiche Ogm
"Meglio sapere
cosa si beve"
OMAR RAVANI


In Romandia la proposta di utilizzare gli Ogm per respingere gli attacchi che causano le devastanti malattie delle vigne non raccoglie grande consenso. "Sono parecchio scettico - afferma Jacques Humbert, viticoltore ed enologo di Duillier, nel canton Vaud -, perché non sappiamo a cosa andiamo incontro. Quando ci si affida a degli organismi geneticamente modificati bisogna essere sempre molto cauti, ed è anche per questo che fino al 2017 ogni coltivazione del genere sarà proibita".
Una volta caduta, però, la moratoria sugli Ogm si ripresenteranno gli interrogativi sul loro uso. "Per noi non è nemmeno un tema di discussione - dice Humbert -. Siamo in un periodo in cui il consumatore è disorientato e ha bisogno di essere rassicurato sulle modalità di produzione di alimenti e bevande che finiscono sulla sua tavola. Io piuttosto proporrei una migliore tracciabilità dei vini che arrivano da noi, per capire esattamente cosa beviamo". Humbert punta  il dito su chi accusa i viticoltori di danneggiare l’ecosistema: "Noi dichiaramo ogni prodotto che spruzziamo sulle nostre viti - precisa  -. Ogni intervento è necessario ed è finalizzato ad avere un vino che sia all’altezza delle attese dei clienti. Penso che per combattere le malattie dei vitigni occorra affidarsi alle nostre tecniche, senza avventurarci su strade di cui non conosciamo il percorso".
Della stessa opinione è Bernard Roduit, produttore di vini di Fully, nel canton Vallese. "Non credo che gli Ogm siano la soluzione - dice -. I nostri clienti hanno con noi un rapporto di fiducia che va avanti da anni, basato sulla genuinità dei prodotti e sulla qualità dell’uva che trattiamo con il massimo rigore e con un’attenzione speciale. Gli Ogm non devono essere la soluzione e spero davvero che a nessuno venga in mente di utilizzarli in futuro, sempre che la moratoria non venga prolungata oltre il 2017, cosa più che probabile".
17.01.2016


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