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Voci raccolte nel ricovero per persone senza fissa dimora
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Casa Astra, il rifugio
per vite sospese
SALVATORE MEDICI


Le persone arrivano, lasciano un segno, poi ripartono. Qui a Casa Astra, sono di passaggio, ma riempiono questo luogo di dolori, speranze, ansie, voglia di rifarsi una vita. Qui in questo edificio a ridosso del confine, che ospita 24 persone senza fissa dimora, che una volta era la vecchia Osteria del Ponte di Mendrisio. Il piazzale antistante è schiacciato dalla luce accecante della mattina. La prima saletta è quella con il bancone, il bar e alcuni tavoli. Dalla cucina sbucano alcuni "inquilini" della casa. Sono i "senza fissa dimora", che hanno bisogno di un tetto, in attesa di rimettere a posto una vita caduta via dalle scale fragili e invisibili di destini malmessi, di passioni rincorse o altri accidenti dell’esistenza.
"Ci siamo trascinati male, sai. A 51 anni bisognerebbe essere forti, ma invece si può essere ancora deboli. E lei è più debole di me, ne ha avuto di problemi pure lei. Abbiamo vissuto momenti brutti, ma adesso cerchiamo di risalire". Italiano lui, descrive la sua vita e quella della  ticinese che gli sta a fianco. Una vita di strade sbagliate, di quattro matrimoni lui,  due lei, e di un amore sbocciato 30 anni prima, ma mai vissuto. "Poi un giorno la incontro di nuovo in un bar, ci guardiamo, mi salta addosso e io l’abbraccio. Ci siamo ritrovati dopo 30 anni, adesso cerchiamo una casa per poter vivere anni tranquilli".  Una vita diversa, dopo averne vissuto male tante altre.
Nell’altra saletta alle 12 e alle 19.30 gli ospiti mangiano insieme. A giorni un inquilino della casa tornerà nel suo Paese, il Camerun. Era arrivato in Ticino per raggiungere il fratello e laurearsi in ingegneria, racconta. Poi il fratello muore e i sogni si spezzano. Gli studi si complicano per la necessità di sopravvivere in qualche modo, ma se non si superano gli esami in Ticino non si può restare. "Alla fine non mi hanno rinnovato il permesso".
Donato Di Blasi, responsabile di Casa Astra, parla della filosofia che anima il centro, dei riconoscimenti della Confederazione. Da parte del Cantone invece c’è solo un riconoscimento informale e un aiuto con i fondi di Swisslos. "I servizi sociali ci mandano delle persone, riconoscono l’utilità del nostro lavoro, ma senza un contributo diretto. Restare fuori dagli schemi ci dà però la libertà di ospitare persone per le quali spesso non sono previsti aiuti statali. Il resto delle spese lo copriamo con le assicurazioni sociali, per le rette di chi ne ha diritto, le donazioni, i mercatini e tanti lavori esterni" .
La casa è su tre piani. In un angolo c’è un uomo sulla sessantina, seduto davanti a un computer. È un rumeno, deluso dalla vita, arrabbiato con l’Italia dove lavorava: "Ti sforzi di fare il bravo, di dimostrare che non sei un furbo, inizi da zero a 43 anni. Decidi di essere autonomo, metti su un’impresa da piastrellista. Ma, quando l’ho fatto, non sapevo che noi eravamo solo delle persone da mungere". Descrive come funziona il lavoro nella ricca Lombardia: "Gli stranieri  restano sempre stranieri e contano meno degli uomini. È una guerra tra furbi e stupidi, poveri e potenti". Fuori nel piazzale c’è uno strano personaggio con cappello a tese larghe e pantaloni alla zuava. È uno svizzero-tedesco, anche lui ospite di Casa Astra, che ha deciso di non parlare più. Va in giro con una colomba bianca sulle spalle e una chitarra, canta e chiede qualcosa. Dicono che vuole risparmiare la sua voce per cantare a Dio. Nel giardino altri ospiti ripuliscono gli alberi. Tra loro un ticinese, bravo con la motosega dopo una vita trascorsa con i cavalli, ma la scuderia dove lavorava lo ha licenziato e si è ritrovato senza niente.  
C’è chi si trova qui perché non sa più come riagguantare la vecchia vita. Lavoro, matrimonio, figli, una casa, ma all’improvvisoqualcosa che cambia. Scelte sbagliate, la testa che non regge e i sensi di colpa che affliggono.
Si fa sera, è ora di cena. Nella sala da pranzo arriva un 18enne indonesiano, oggi italiano, scappato dai genitori adottivi: "Non puoi adottare un ragazzo di dieci anni, è troppo tardi- dice-. Sono andato via". Altri inquilini raccontano di ricerche di lavoro infruttuose, di relazioni sballate, di mogli che non li vogliono più. La cena è buona, poi si fa ordine. Chi lava i piatti, chi sparecchia, chi va in camera, chi esce, è sabato sera dopotutto. Qualcuno resta nella sala a guardare la tv, qualche altro fuori ad osservare il cielo stellato, pensando, forse, che in tanta bellezza una speranza dovrà pur esserci.
11.09.2016


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