Una ricerca sulle lingue e le radici con 14 storie di vita
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L'italianità che resiste
anche oltre i confini
MAURO SPIGNESI


C’è un italiano, al di là dei confini geografici cantonali. Anzi, la vitalità della lingua italiana, la sua capacità di conservarsi ed essere trasmessa nel tempo, risiede proprio oltre i confini del Ticino e dei distretti di Bernina, Maloja e Moesa. Lo racconta un saggio, "Italiano per caso", con sottotitolo "Storie di italofonia nella Svizzera non italiana", a cura di Verio Pini, Irene Pellegrini, Sandro Cattacin e Rosita Fibbi, ed edito da Casagrande. Un saggio nato attorno a quattordici testimonianze. Il volume, che presto uscirà anche nella versione in tedesco, sintetizza una lunga ricerca scientifica sul significato della lingua dei padri che è passata da una generazione all’altra, da una città all’altra, da un cantone all’altro, attraverso percorsi personali o familiari. Così capita di trovare un professionista che non ha mai vissuto in Ticino, ma che ha origine italiane e in italiano parla con i figli e la moglie. O una donna somala che ha imparato la lingua a Mogadiscio e una volta in Svizzera, dove nel frattempo è diventata mamma e lavora nell’Amministrazione federale, continua a parlarla.
"Questo dimostra che non è vero che la lingua si diffonde ed evolve, soltanto se è legata e storicamente radicata al territorio in cui si parla", spiega Sandro Cattacin direttore dell’Istituto di ricerche sociologiche dell’università di Ginevra, tra gli autori della ricerca. "Tanto che le interviste contenute nel libro - aggiunge il sociologo - confermano proprio questa nostra tesi". Insomma, ci si può sentire italofoni ovunque ci si trovi. Come Antonella Di Fusco, nata a Berna da genitori dell’Italia del sud, che ha compiuto la sua rivoluzione "con successo, senza guerre di bandiera, senza ideologie ma tra una pasta alla Norma e un Rösti, una canzone di Franco Battiato e Mani Matter". Nelle testimonianze, che sono poi piccole, appassionate biografie (sotto ne abbiamo scelto tre tratte dal saggio), sintesi di storie di vita di intere famiglie, ci sono personaggi noti e meno noti. C’è la studentessa, ad esempio, e l’ostetrica, la mamma e l’impiegata, ma c’è anche la presidente di Unia Vania Alleva, il consigliere nazionale e avvocato Carlo Sommaruga, e Pietro Supino, presidente del gruppo editoriale Tamedia e della Federazione degli editori della Svizzera tedesca. "Tutte queste testimonianze - riprende Cattacin - ci dicono che bisogna iniziare seriamente a riflettere, e su questo ci piacerebbe aprire un dibattito, sul fatto che il nostro Paese è quadrilingue. E sul fatto che questo per noi è un valore aggiunto, perché l’utilizzo di diverse lingue ha portato a creare una autentica identità di gruppo".
Però questo processo ha fatto emergere anche un problema. "E cioè - riprende Cattacin - che questa specificità, questo vantaggio di parlare 4 lingue nazionali riconosciute e diverse, si è cercato di riportarlo, di ingabbiarlo dentro una dimensione regionale. Questa tendenza alla regionalizzazione, dove il francese si parla nei cantoni francesi e il tedesco e l’italiano a nord e a sud mentre il romancio è relegato nei Grigioni, ha finito per penalizzare la diffusione e l’evoluzione stessa delle diverse lingue". Secondo gli studiosi che hanno realizzato la ricerca, l’esempio dell’italiano presente in tutta la Confederazione è indicativo. La sua oggi è una "presenza totale", come si dice in sociologia indicando che in un modo o l’altro c’è dappertutto. "Ecco perché - conclude Cattacin - la politica deve slegare il concetto del territorio da quello delle lingue nazionali. L’italiano deve poter essere parlato in tutte le città svizzere. Noi sosteniamo questa necessità per rinvigorire l’idea di una Svizzera multilingue che non dimentichi radici e valori di fondo".

mspignesi@caffe.ch
@maurospignesi
07.05.2017


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